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Dossier Fact-checking al Jobs act: cosa ha prodotto e come va completato

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Fact-checking al Jobs act: cosa ha prodotto e come va completato

La campagna elettorale continua a mettere nel mirino il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro varata nel 2014 dal governo Renzi, che, con leggi ordinarie e una serie di decreti delegati, ha riformato ampi aspetti del nostro diritto del lavoro, dall’introduzione delle tutele crescenti (in caso di assunzioni a tempo indeterminato, a partire dal 7 marzo 2014), agli ammortizzatori sociali (con la Naspi più lunga, 24 mesi massimi, e più inclusiva e la Cig più corta e costosa per le imprese), alle politiche attive, con l’avvio di un nuovo sistema che fa perno sull’assegno di ricollocazione e sull'asse centri per l'impiego e agenzie private, sotto l'egida dell'Anpal, affiancata dalle Regioni.

A lanciare una nuova bordata al Jobs act è stato questa mattina Silvio Berlusconi che ne invoca il suo superamento, anche se non auspica un ritorno al passato (probabilmente Statuto dei lavoratori e Legge Fornero del 2012).

Ma cosa ha prodotto in questi tre anni la riforma del lavoro del 2014? Rispondiamo qui sotto proponendo tre punti di vista differenti.

Primo: il Jobs act ha toccato alla radice i nodi storici della flessibilità, della produttività (bassa), e delle tutele (elevate) che tutte le istituzioni nazionali e internazionali consideravano “troppo rigidi” nel nostro Paese, tali da scoraggiare investimenti (soprattutto esteri) e sviluppo economico. Sotto questo punto di vista, al momento del varo del Jobs act, da Bce, Fondo monetario internazionale, Ue, Bankitalia, Ocse, solo per citare alcuni enti, sono subito partiti giudizi positivi motivati dal fatto che questa riforma avrebbe aiutato a dare all'Italia regole certe e più credibilità internazionale. Anche Macron, in Francia, e in parte il premier spagnolo, nelle loro riforme del lavoro hanno preso spunti dal Jobs act.

Secondo aspetto, i numeri. Da febbraio 2014 a novembre 2017, ultimo dato dell'Istat diffuso ieri, l'occupazione è cresciuta di 1 milione e 29mila unità, la disoccupazione è scesa di 416mila unità (-243mila nell'ultimo anno), gli inattivi sono crollati a meno 944mila. Di questi 1 milione e 29mila occupati in più, 541mila sono permanenti, vale a dire assunti con contratto a tempo indeterminato. Qui ha beneficiato, oltre alle regole del Jobs act, anche la forte decontribuzione (8.060 euro annui per tre anni nel 2015, poi ridotta al 40 per cento nel 2016) collegata al Jobs act. Sono numeri alti o bassi? Sono numeri in linea con una fase di ripartenza, dopo una crisi lunga e difficile. Negli ultimi mesi sono saliti essenzialmente i contratti a termine, liberalizzati nel 2014 dal decreto Poletti per tutti i 36 mesi di durata massima. Per i giovani la situazione è lentamente migliorata, ma restiamo ancora indietro.

Terzo aspetto, la fase di attuazione della riforma del lavoro. Bene: qui va detto che, al momento, a rimanere pressocché al palo è la seconda gamba di questo nuovo mercato occupazionale, cioé le politiche attive. Complice una partenza lenta dell’Agenzia nazionale, di centri pubblici non proprio efficienti, e di un assetto di competenze concorrenti con le Regioni, la situazione è in alto mare: alla prima sperimentazione dell’assegno di ricollocazione su 27mila disoccupati appena il 10 per cento ha aderito allo strumento.

Il punto è che ora bisogna correre. C'è poi il rinnovato sistema di ammortizzatori sociali: da gennaio ci sono nuove procedure in campo per gestire le crisi aziendali, e la forte riduzione della Cig è legata anche ai costi più elevati per le imprese e alle durate più limitate. Discorso a parte meritano i voucher, abrogati in fretta e furia per evitare un referendum, e che adesso stanno lasciando molte imprese e interi settori economici in difficoltà (e a rischio nero).

In conclusione: il Jobs act ha avuto il merito di aver rimesso in moto il mercato del lavoro. Quanto e come lo si vedrà nel tempo. Certamente, adesso più che cancellato, va implementato. Almeno su due aspetti: servizi per il lavoro più efficienti, e cuneo, da abbassare strutturalmente.

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