Italia

Caso scontrini, l’ex sindaco di Roma Marino condannato in appello a 2…

  • Abbonati
  • Accedi
IL PROCESSO a roma

Caso scontrini, l’ex sindaco di Roma Marino condannato in appello a 2 anni

L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino è stato condannato in appello a due anni per il caso scontrini (Ansa)
L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino è stato condannato in appello a due anni per il caso scontrini (Ansa)

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, è stato condannato nel processo d’appello per la vicenda degli scontrini a due anni di reclusione. In primo grado era stato assolto. È accusato di peculato e falso. I giudici della terza corte d’Appello di Roma hanno disposto anche il risarcimento in favore del Comune di Roma, che si era costituito parte civile nel procedimento, da liquidarsi in separata sede. I giudici hanno, inoltre, interdetto l’ex sindaco dai pubblici uffici per la durata della pena.

La corte d’appello ha confermato l’assoluzione dall’accusa di truffa
Marino ha lasciato la corte d’Appello di Roma senza rilasciare dichiarazioni accompagnato dal suo avvocato difensore Enzo Musco. Nei confronti del chirurgo Dem il procuratore generale Vincenzo Saveriano aveva sollecitato una condanna a due anni e mezzo. I giudici della III corte d’Appello hanno confermato l’assoluzione dall’accusa di truffa per le consulenze della Onlus Imagine. La vicenda giudiziaria riguardava una cinquantina di cene pagate con la carta di credito che gli fu rilasciata durante il suo mandato ll’amministrazione capitolina.

L’accusa: oltre 12mila euro in 56 cene private spacciate per istituzionali
In particolare, i magistrati hanno accusato Marino di aver speso 12mila 716 euro in 56 cene private spacciate per istituzionali. Questo fascicolo è stato curato dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Roma. Dagli atti risulta che Marino «si appropriava ripetutamente della dotazione finanziaria dell’ente allorché utilizzava la carta di credito a lui concessa in dotazione all’Amministrazione». Secondo la Procura l’ex sindaco avrebbe utilizzato la carta per «acquistare servizi di ristorazione nell’interesse suo, dei suoi congiunti e di altre persone non identificate». Nel dettaglio, «saldava per 56 volte il conto di cene consumate presso ristoranti della Capitale (tra cui la “Taverna degli Amici”, “Archimede Sant'Eustachio”, “Sapore di Mare” e “Al vero Girarrosto Toscano” situati nelle immediate adiacenze della sua abitazione - i primi tre - o di quella della madre - il quarto) e anche di altre città (Genova, Milano, Firenze, Torino) ove si era recato, generalmente nei giorni festivi e prefestivi, con commensali di sua elezione, comunque al di fuori della funzione di rappresentanza dell'ente».

Marino - accusato anche di falso in merito a questa vicenda - «al fine di occultare» le spese effettuate indebitamente con la carta di credito dell’amministrazione, avrebbe «impartito disposizioni al personale addetto alla sua segreteria affinché formasse le dichiarazioni giustificative delle spese sostenute inserendovi indicazioni non vere, tese ad accreditare la natura “istituzionale” dell'evento ed apponendo in calce alle stesse la di lui firma». In questo modo, l’ex sindaco di Roma avrebbe «indotto ripetutamente soggetti non individuati addetti alla segreteria a redigere atti pubblici attestanti fatti non veri e recanti la sua sottoscrizione apocrifa».

La difesa dell’ex sindaco di Roma: nessuna responsabilità
«La responsabilità di Marino è inesistente», ha detto l’avvocato Musco, difensore dell’ex sindaco di Roma al termine dell’arringa difensiva nel processo d'appello per la vicenda degli scontrini. Per il penalista «si ha l’impressione, leggendo l'atto di appello, che la procura consideri il sindaco della Capitale d'Italia, una sorta burocrate che lavora a tempo per cene. Marino è riuscito a far guadagnare alla Capitale somme ben superiori alle modeste spese di rappresentanza sostenute». Il penalista ha concluso affermando che Marino, assolto in primo grado, «in soli 28 mesi da sindaco ha dimostrato come si potesse cambiare il volto di una città». Poi è arrivata la sentenza di condanna in appello a due anni.

© Riproduzione riservata