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Un miliardo dalle fonti extra-bancarie

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Un miliardo dalle fonti extra-bancarie

  • –Maximilian Cellino

Un miliardo, euro più euro meno. A tanto ammontano le erogazioni di denaro ottenute attraverso strumenti di finanza innovativa e andate a beneficio delle piccole e medie imprese italiane nel 2017 appena concluso. Un ammontare che forse potrà far sorridere al cospetto dei fondi che le aziende italiane continuano nonostante tutto a chiedere e soltanto in parte dei casi a ottenere dalle banche, ma che testimonia da una parte la vitalità di un fenomeno in costante crescita e dall’altra la volontà degli imprenditori di affrancarsi dal credito bancario.

In base alle rilevazioni del rapporto Cerved Pmi 2017 presentato lo scorso novembre ben 53mila Pmi italiane non ricorrevano al capitale bancario per finanziare la propria attività: una quota pari al 39% del totale in crescita pressoché costante dal 2009, quando stazionava invece al 29 per cento. Si tratta di una fotografia scattata sulla base dei bilanci 2016, ma la situazione è presumibilmente migliorata nei 12 mesi successivi, come lasciano appunto presagire i dati sulle fonti di approvvigionamento innovative, alle quali idealmente occorre aggiungere quanto raccolto attraverso private equity e venture capital (1,2 miliardi nel primo semestre dell’anno secondo i dati Aifi-PwC), che sono sì forme alternative, ma non possono essere definite innovative.

In cima all’ideale classifica delle alternative allo sportello bancario si collocano i mini-bond, parenti in un certo senso dell’Elite Basket Bond presentato ieri a Piazza Affari. In base all’osservatorio Mini-Bond del Politecnico di Milano, nel 2017 sono stati emessi 103 titoli di debito a medio-lungo termine da parte di 83 Pmi (63 della quali al debutto assoluto su questo strumento) per un totale complessivo di poco meno di 810 milioni di euro, il 29% in più rispetto a quanto raccolto l’anno precedente.

Il fatto che gran parte del denaro «alternativo» la si ottenga in Italia attraverso questo strumento che ha debuttato nel 2012 non significa che le altri fonti innovative siano meno rilevanti. Sempre il Politecnico di Milano osserva per esempio che lo scorso anno attraverso l’equity crowdfunding, la cessione di quote azionarie online, sono stati erogati 11,4 milioni, con il peer-to-peerlending alle imprese sono stati destinati 23,1 milioni e tramite l’invoice trading sono state cedute fatture per un importo complessivo di 132,5 milioni: se a tutto questo si aggiunge quanto ottenuto attraverso fondi di direct lending, stimabile in circa 70 milioni, per il 2017 si supera appunto il miliardo di euro.

Nata come una necessità e figlia del credit crunch che ha caratterizzato l’ultimo decennio, la ricerca di denaro attraverso canali alternativi sta però diventando sempre più una scelta precisa.

«Gli imprenditori mostrano una crescente volontà di misurarsi con le forme di finanziamento innovativo e a volte le sperimentano in maniera deliberata utilizzandole come una sorta di palestra in vista di successive operazioni di mercato su scala maggiore, quali il ricorso al venture capital o addirittura lo sbarco in Borsa», spiega Giancarlo Giudici, docente di Finanza aziendale al Politecnico di Milano e direttore dell’Osservatorio Crowdinvesting. La nota più positiva, in fondo, starebbe quasi tutta in questo cambio di mentalità e di passo.

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