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Servizi pubblici online più aperti ai cittadini ma uffici già in…

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Servizi pubblici online più aperti ai cittadini ma uffici già in ritardo

Per la pubblica amministrazione si profila un inizio d’anno con il fiato corto. Deve, infatti, rincorrere la scadenza imposta dal codice dell’amministrazione digitale (Cad), ovvero consentire a tutti i cittadini di accedere ai servizi online attraverso Spid, il sistema pubblico di identità digitale. Secondo le ultime correzioni al Cad contenute nel decreto legislativo 217/2017, che entrerà in vigore il 27 gennaio, l’intera Pa avrebbe dovuto aprire tutti i propri servizi a Spid già dall’inizio dell’anno.

A parte queste acrobazie legislative, resta il fatto che le amministrazioni sono ben lontane dall’obiettivo. Spid ha debuttato a marzo 2016 con lo scopo di dotare i cittadini di un “Pin” unico per dialogare con gli uffici pubblici. Secondo l’agenda della semplificazione governativa, in due anni si sarebbero dovute bruciare le tappe: entro marzo 2018 tutta la Pa si sarebbe dovuta mettere al passo con la novità ed entro il 2017 ci sarebbero stati 10 milioni di persone in possesso dell’identità digitale.

I numeri sono distanti da quelle previsioni: finora si sono dotati di Spid poco più di 2 milioni di cittadini – contingente cresciuto anche grazie alla necessità di avere l’identità digitale per usufruire di alcuni bonus, come quello per i 18enni – e sono 3.866 le amministrazioni che si sono allineate alla riforma, rendendo accessibili attraverso il Pin unico 4.371 servizi.

Le ultime modifiche al Cad costringono a un radicale cambio di marcia.  E questo in conseguenza di un mutamento di prospettiva profondo, perché se finora l’uso di Spid per accedere ai servizi era considerato dalla Pa come un’opportunità data ai cittadini, ora diventa un obbligo: le amministrazioni devono mettere i possessori di Spid nelle condizioni di effettuare online tutte le operazioni possibili. Il prossimo passo sarà quello di consentire l’indentificazione per l’accesso ai servizi solo mediante Spid, mandando così in soffitta gli altri strumenti di riconoscimento digitale: a decidere la data di tale passaggio sarà un prossimo decreto.

Altro diritto del cittadino – previsto sempre dalla nuova versione del Cad – è di poter fruire dei servizi erogati dalla Pa in forma digitale e in modo integrato, anche attraverso i telefonini. Questo impone ai fornitori di identità digitali e agli altri operatori di progettare e sviluppare i propri sistemi in modo da garantirne l’integrazione e l’interoperabilità.

L’obiettivo ultimo è quello della cittadinanza digitale. Per questo il nuovo Cad pone particolare attenzione, grazie alle modifiche introdotte dal Dlgs 217, anche al domicilio digitale. Gli atti della Pa – compresi i verbali relativi alle sanzioni amministrative, gli atti di accertamento e riscossione, le ingiunzioni – saranno notificati al domicilio virtuale. Si tratta di un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) da iscrivere, sulla base dell’appartenenza del titolare, a uno dei tre indici nazionali: quello dei domicili digitali delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di servizi pubblici; delle imprese e dei professionisti; delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato. I primi due indici già esistono, il terzo lo dovrà mettere a punto l’Agid entro un anno.

Dunque, a breve imprese e professionisti potranno utilizzare il domicilio digitale nei confronti della Pa: Agid comunicherà ai soggetti iscritti in quello che ora si chiama Ini-Pec (indice nazionale degli indirizzi di Pec) e che cambierà denominazione in indice nazionale dei domicili digitali, la trasformazione dell’indirizzo di Pec in domicilio digitale. Gli interessati avranno 30 giorni per comunicare il proprio dissenso o per indicare un indirizzo di Pec diverso. Dopodiché, il domicilio digitale potrà considerarsi attivato, con la possibilità di ricevere le comunicazioni della Pa, che avranno gli stessi effetti giuridici di quelle effettuate attraverso la raccomandata con ricevuta di ritorno.

Tutti gli indici (tranne quello delle Pa) migreranno, poi, nell’Anagrafe della popolazione residente (Anpr), che però è ancora in alto mare: la fase di sperimentazione al momento coinvolge solo una trentina di comuni.

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