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Un giovane su due non vuole votare: «I partiti non hanno niente da…

L’INDAGine

Un giovane su due non vuole votare: «I partiti non hanno niente da dirmi»

(Fotogramma)
(Fotogramma)

Il prossimo 4 marzo, un blocco di oltre due milioni di cittadini potrebbe disertare le urne perché «i partiti non servono a nulla». Un pronostico quasi anonimo, rispetto ai tassi di astensionismo paventati da altri report. Se non fosse che gli elettori in questione sono gli under 25, il gruppo anagrafico che dovrebbe coincidere con la politica del futuro. In un'indagine su un campione di 1000 intervistati, svolta in esclusiva per il Sole 24 Ore, l'istituto di ricerca Demopolis ha rilevato che il 48% degli under 25 non è intenzionato a esercitare il suo diritto di voto. Si tratta solo di una stima, ma calata nei fatti equivarrebbe a numeri da allarme: 2,3 milioni di astenuti sui 4,8 milioni di cittadini nella fascia 18-25 anni conteggiati dall’Istat. La media supera di netto il tasso del 37% registrato nel resto della popolazione, facendo suonare a vuoto gli appelli del presidente Sergio Mattarella ai «giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta».

L’ASTENSIONE TRA GLI UNDER 25 NELL'ANALISI DEMOPOLIS
Quasi 1 giovane italiano su 2 non si recherebbe oggi alle urne - A poche settimane dal voto - Dati in % (Fonte: Istituto Demopolis)

I ricercatori Demopolis spiegano che l'affluenza potrebbe segnare una «lieve ripresa» nelle cinque settimane prima della consultazione, l'ultimo spiraglio disponibile per attirare alle urne una generazione disamorata della politica e della sua rappresentanza. Ma non è il caso di illudersi troppo: le ragioni di lontananza dal «palazzo» si accentuano mano a mano che gli anni scendono sulla carta di identità, come se il sentire comune si travasasse e amplificasse nelle nuove annate di votanti.«Le ragioni dell'astensione sono espresse in modo maggioritario nel segmento under 25 – spiega Pietro Vento, direttore di Demopolis - E sono dovute prevalentemente a una profonda sfiducia nei partiti e alla convinzione che la politica non sia in grado oggi di incidere sulla vita e sul futuro delle nuove generazioni».

Il 66% dei votanti è deluso (anche senza aver provato)
Nel complesso la famiglia dei non-elettori potrebbe raggiungere i 17 milioni di cittadini, anche se almeno quattro milioni di questi rientrano nelle categoria dell’astensionismo «revocabile»: gli indecisi disposti a cambiare idea prima di marzo, sempre che emerga una proposta politica capace di sbloccarne la diffidenza. Le motivazioni che inclinano all’astensione sono soprattutto la delusione per i partiti (66%) e l’ «incapacità della politica» di incidere sulla vita dei cittadini (53%), mentre un quarto degli intervistati (25%) è convinto che «non ci sarà un vincitore la sera del 4 marzo» a causa di una legge elettorale sfavorevole alla creazione di una maggioranza solida. La sfiducia per i vecchi cartelli elettorali e il potere effettivo del Parlamento sembrano più comprensibili, se non altro per ragioni anagrafiche, nelle fasce più adulte dell’elettorato. Quindi fa un certo effetto che la delusione dilaghi soprattutto in una generazione che, in buona parte, non ha mai votato né avuto il tempo di vagliare in prima persona i risultati di un esecutivo.

PERCHÉ OGGI NON SI RECHEREBBE ALLE URNE?
Dati in % (Fonte: Istituto Demopolis)

Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, spiega che i giovani si sentono vittime di una specie di scippo generazionale: «La convinzione forte - dice - è di vivere una condizione di svantaggio in termini di investimenti, spazi e opportunità rispetto sia alle generazioni precedenti sia ai coetanei degli altri paesi sviluppati». L’errore, però, è di interpretare la scarsa propensione al voto come sinonimo di un disimpegno diffuso. I cosiddetti under 25 vogliono «contare qualcosa» nel dibattito pubblico enelle decisioni che riguardano il paese, salvo sentirsi ghettizzati rispetto alle scelte politiche di partiti che non riescono a intercettarne le esigenze. Da qui, secondo Rosina, si tracciano quattro vie d’uscita: «La prima è quella di contribuire ad azioni concrete e costruttive dal basso, come nel caso dell'innovazione sociale e del volontariato - spiega - la seconda è quella della via verso l'estero, la terza è la rassegnazione che porta alla crescita dell'astensione elettorale».

La valvola di sfogo del populismo. E come uscirne
La quarta è l’appoggio attivo o passivo alle sigle populiste, viste in larga parte come una valvola di sfogo per quelle «insoddisfazioni e frustrazioni» appena sorvolate dai partiti tradizionali. La stessa ragione che ha fatto smarrire il dualismo destra-sinistra, rimpiazzato secondo Rosina da quello del «grado di apertura o chiusura verso i grandi processi di cambiamento - dice - Oggi tutto nella vita dei giovani italiani è schiacciato in difesa, compreso il voto: senza proposte catalizzanti e convincenti prevalgono astensionismo e voto di protesta». La fuga dei neoelettori dalla politica si espande all’interno di sezioni giovanili e sindacati studenteschi, vecchie fucine di un impegno che nasceva anni prima del timbro su una tessera elettorale.

Oggi persino chi scende (o scendeva) in piazza fatica ad avvicinarsi alle urne. «Si è diffusa un forte disillusione e sconforto, non tanto per la politica quanto per i partiti e la loro incapacità di creare coinvolgimento» spiega Giammarco Manfreda, 22 anni, coordinatore nazionale della Rete degli studenti medi.
Secondo Manfreda, la soluzione non è stilare un’agenda ad hoc di argomenti «per giovani», come se fossero un mondo a sé. Ma tentare un dialogo che avvicini, anziché allontanare, un blocco anagrafico che si caratterizza per essere molto più «fluido» dei precedenti. Magari con i social network, una «arma a doppio taglio» che va gestita con cura. «Il problema non sono solo gli argomenti - dice - Il problema è la capacità di creare un coinvolgimento, di dare la sensazione di incidere ancora sulla cosa pubblica».

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