Italia

Banche, fretta e partigianeria dietro il flop della commissione…

L'Analisi|VERSO IL VOTO

Banche, fretta e partigianeria dietro il flop della commissione d’inchiesta

Nei primi giorni di ottobre, quando la Commissione d'inchiesta sulle sette crisi bancarie ha aperto il suo ciclo di audizioni, in pochissimi pensavano che l’esercizio avrebbe portato a un risultato concreto. Troppo stretti i tempi per un lavoro serio, troppo elevata la temperatura politica sulle vicende da indagare. E lo scontro politico-istituzionale andato in scena poche settimane dopo, con le mozioni parlamentari contrarie alla riconferma per un secondo mandato del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha tolto i dubbi anche agli ultimi benpensanti.

Oggi abbiamo la conferma di quel che lo stesso presidente, Pier Ferdinando Casini, aveva affermato a suo tempo, motivando la sua contrarietà all’istituzione della Commissione che poi ha guidato: sulle crisi è bene che la magistratura faccia il suo lavoro. Sfumato il disegno di arrivare comunque a una conclusione su un documento di policy votato all’unanimità capace di raccogliere le tante indicazioni di correttivi da introdurre nella regulation su vigilanza e tutela del risparmio, ora ogni gruppo politico trasferirà le proprie posizioni nei programmi elettorali della campagna in pieno corso. Con tutti gli strascichi polemici e le letture politico propagandistiche che le vicende bancarie hanno alimentato in questi ultimi tre anni.

La palla, come si dice in questi casi, passa ora agli elettori, che con il loro voto diranno se il Parlamento e il prossimo governo avranno i numeri (e gli equilibri politici) per riaprire il dossier. Diversi partiti, dal Pd a M5S, hanno chiesto che con le nuove Camere si istituisca di nuovo una commissione d'inchiesta bancaria, vedremo che cosa succederà.

Di certo dalle 43 audizioni che si sono alternate a San Macuto, con un tour de force di 155 ore di seduta della Commissione una cosa l’abbiamo imparata: su una materia così vasta, delicata e complessa, sulla quale tra l’altro sono aperte diverse inchieste giudiziarie, la fretta non aiuta. Gli assetti istituzionali della vigilanza finanziaria e bancaria nazionali si possono adattare solo tenendo conto del più ampio percorso di “institution building” che dovrà portarci al completamento dell'Unione bancaria europea. E le crisi delle sette banche, soprattutto figlie della doppia recessione in cui è caduta l’economia italiana e delle cattive (se non illecite) gestioni locali, ci devono anche far per capire che non sempre le proposte di riforma avanzate con un approccio partisan siano quelle più adeguate.

Serve un confronto tecnico, giuridico e istituzionale serio per rammendare quel che va rammendato, tenendo conto che la più ampia parte del tessuto bancario nazionale non si è mai rotto nonostante la crisi. Infine, che per evitare errori e incidenti futuri così clamorosi occorre un sano e umile lavoro di alfabetizzazione finanziaria degli italiani: conoscere prima di investire è il miglior presidio per la tutela del risparmio.

© Riproduzione riservata