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Pensioni, il ritorno all’anzianità pre-Fornero costerebbe 15…

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le stime del presidente inps boeri

Pensioni, il ritorno all’anzianità pre-Fornero costerebbe 15 mld l’anno

La cancellazione della riforma Fornero avrebbe effetti insostenibili per gli equilibri di finanza pubblica. Mentre per aggredire il rischio povertà ed esclusione dal mercato del lavoro delle più giovani generazioni bisognerebbe muovere la leva fiscale nella direzione di un sistema più progressivo, con minori prelievi sui redditi da lavoro e maggiori imposte sui redditi da capitale e sui patrimoni.

È il doppio messaggio uscito dal seminario organizzato ieri da VisitINPS Scholars, a Roma, cui hanno partecipato il presidente dell’Istituto, Tito Boeri, il direttore del Fondo monetario internazionale, Jean-Jacques Hallaert, e gli analisti dello staff che hanno realizzato l’ultima ricerca Fmi sul tema delle diseguaglianze e della povertà tra generazioni nell’Europa del dopo-crisi. A discutere i risultati del report erano presenti il consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Alberto Zanardi, e il capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia, Paolo Sestito.

Introducendo i lavori Boeri ha fatto un riferimento diretto alle proposte elettorali di riforma delle pensioni rivelando alcune stime Inps sul costo di una parziale cancellazione della riforma varata nel 2011: «L’abolizione della pensione anticipata e il ritorno all’anzianità con 40 anni di contributi o con il meccanismo delle quote – ha spiegato – avrebbe un costo aggiuntivo attorno ai 15 miliardi l’anno, con un’incidenza sul debito pensionistico implicito di 85 miliardi, vale a dire cinque punti di Pil, che finirebbero sulle spalle delle generazioni più giovani». I dati sono riferiti al complesso delle gestioni. Secondo queste stime il ritorno ai requisiti pre-Fornero con l’abbandono dell’attuale meccanismo dell’ anticipo (43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 e 3 mesi per le donne nel 2019, 41 anni e 5 mesi per i precoci nel 2019) determinerebbe un maggiore numero di pensioni per 5-600mila unità nei primi anni per il complesso delle gestioni.

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Questi numeri non prevedono, naturalmente, uno smantellamento dello stabilizzatore automatico di spesa che collega i requisiti di pensionamento alla speranza di vita (è una norma precedente al legge 241 del 2011) né altre misure come il blocco dell’indicizzazione, l’aumento delle aliquote contributive, i nuovi requisiti di vecchiaia o, ancora, il passaggio al contributivo per tutti. Boeri ha offerto anche un’indicazione potenziale di costo di una pensione di mille euro per le casalinghe: considerando come platea le casalinghe d’età compresa tra i 60 e i 65 anni, nei primi cinque anni la misura determinerebbe un costo di circa 10 miliardi.

Dall’illustrazione della ricerca Fmi, fatta da Maximilien Queyranne e Haonan Qu, sono emerse numerose evidenze sugli squilibri della spesa sociale, nei sistemi di Welfare europei, a favore degli anziani, con le conseguenze in termini di ineguale protezione delle più giovani generazioni escluse dal mercato del lavoro. Squilibri rafforzati dalla crisi: tra il 2006 e il 2012, è stato esemplificato, la spesa destinata agli anziani ha determinato in Europa oltre il 60% dell’aumento dei trasferimenti sociali, compresi i sussidi contro la disoccupazione. Un incremento non giudato solo dall’invecchiamento della popolazione: negli stessi anni il numero di beneficiari di una pensione è cresciuto infatti del 3% mentre la spesa per pensione è cresciuta dell’11,7% (dato Eurostat 2016).

Le conclusioni: rispettando gli equilibri di finanza pubblica vanno destinate più risorse al rafforzamento delle politiche attive e la formazione mirata per far crescere le assunzioni dei giovani, vero baluardo contro il rischio povertà. E queste risorse vanno reperite con politiche fiscali ancor più progressive, che comprendano anche imposte patrimoniali, incentivi sui contratti stabili, riduzioni strutturali del cuneo fiscale anche puntando su una progressività del prelievo contributivo (più alto per gli stipendi più alti) e, più in generale, con minori imposte sui redditi da lavoro bilanciate con altre forme di prelievo su ricchezze e consumi. La flat tax, insomma, è fuori dagli orizzonti Fmi.

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