Italia

«Farmaceutica, patent box sulla carta»

  • Abbonati
  • Accedi
(none)

«Farmaceutica, patent box sulla carta»

  • –Nicoletta Picchio

ROMA

«Le riforme degli ultimi anni, Jobs act, Industria 4.0, la norma che ridotto i tempi per le sperimentazioni dei farmaci hanno funzionato. Bisogna continuare, specialmente nella semplificazione». Sergio Dompé, presidente del gruppo farmaceutico che porta il suo nome, guarda avanti, alle evoluzioni del mercato. Il settore in Italia, afferma, «è cresciuto in modo anticiclico, sono state realizzate riforme importanti che hanno rinnovato il paese e consentito alle industrie di reagire e investire». La competizione internazionale «è fortissima, c’è bisogno di investire sempre di più per rispondere ad una domanda che aumenta di intensità e qualità. Le imprese italiane sono pronte a giocare la partita, devono però essere messe nelle condizioni di farlo al meglio». Ma c’è un freno, aggiunge in particolare, che rallenta la crescita e penalizza proprio la ricerca e l’innovazione. Quella «burocrazia troppo complessa e farraginosa che non consente l’efficacia dei provvedimenti e non dà certezza dei tempi, penalizzando gli investimenti, interni ed esteri». Un esempio che conosce da vicino è il patent box: «dopo tre anni dall’entrata in vigore della legge nessuna azienda del settore farmaceutico ha avuto la possibilità di applicarla. Un’attesa esagerata, inconcepibile».

Il funzionamento del patent box e i tempi lunghi per ottenere l’ok da parte dell’Agenzia delle Entrate è un tema molto sentito tra le imprese, come è emerso anche nell’edizione di quest’anno del Telefisco del Sole 24 Ore. «La burocrazia è uno dei problemi strutturali del paese - sottolinea Dompé - non riuscire a far funzionare le norme, non dare certezza dei tempi, dal patent box ai permessi per costruire uno stabilimento, alle regole per il concordato fallimentare, sono un danno per la credibilità del paese. Ed è inaccettabile perdere occasioni di crescita per le lentezze della Pubblica amministrazione».

Non si penalizzano solo le imprese, vengono scoraggiati anche gli investitori esteri?

Le aziende internazionali fanno fatica a capire la complessità della nostra macchina burocratica. Il fatto che esistano leggi difficilmente applicabili è un motivo per stare lontano dal nostro paese.

Il patent box è particolarmente importante in un settore come la farmaceutica dove gli investimenti in ricerca e innovazione sono elevati e i ritorni sono a lungo termine?

Sì, è importante. Infatti era stata apprezzabile la scelta del legislatore di adeguare l’Italia ad altre esperienze internazionali. Si stava verificando la tendenza di delocalizzare la proprietà intellettuale, con una perdita di entrate per l’erario ma soprattutto per il paese in termini di conoscenza e competenza. È importante che anche in Italia venga riconosciuta una detassazione per le spese in lavori scientifici e tecnologici. Nel farmaceutico l’investimento medio rispetto al fatturato è del 15 per cento. Ma la norma deve funzionare.

La documentazione che le imprese devono fornire è consistente. Troppa?

Nel farmaceutico siamo abituati a mettere a punto certificazioni complesse: le pratiche di registrazione di un farmaco sono decine di migliaia di pagine. Lo stesso accade quando si lavora con enti internazionali. La complessità è legittima, le spiegazioni sono doverose, è proprio questo sforzo che qualifica le imprese. Ma la risposta da parte degli uffici va data in tempi rapidi, mesi non anni, senza togliere una virgola al rigore.

La burocrazia è indicata come uno dei principali freni, particolarmente sentito in un settore come la white economy che punta sulla ricerca?

Ricerca e innovazione sono oggi determinanti complessivamente per il paese. Più che di settore della salute o white economy parlerei di economia della conoscenza come driver di crescita, allargando il raggio a tutto ciò che mette il know how a disposizione dell’uomo. Si allunga la vita media, si vuole vivere meglio, in un habitat migliore. Le capacità le abbiamo. Da imprenditore soffro nel vedere un paese con grandissime competenze, dove gli scienziati sono di altissimo livello, dove c’è un rapporto costo-prodotto più basso che nelle altre nazioni, frenato dalla burocrazia.

Il Rapporto sulla filiera salute di Confindustria dà numeri positivi...

Le aziende hanno fatto un grandissimo sforzo. L’export 25 anni fa era pari al 18%, oggi siamo sopra il 70%, mentre il mercato interno è andato leggermente indietro. Sono state positive le riforme degli ultimi anni, Jobs act, Industria 4.0; la norma che ridotto i tempi per le sperimentazioni dei farmaci. Farmaceutica e biotech hanno contribuito decisamente al cambio di passo del paese. Bisogna continuare in questa azione di modernizzazione e faremo ancora di più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA