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Tiro all’Irpef, l’imposta più pagata dagli italiani

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Tiro all’Irpef, l’imposta più pagata dagli italiani

«L’imposta sul reddito delle persone fisiche è l’imposta di tutti». Era il 17 ottobre 1973 quando il Sole 24 Ore annunciava con il commento di Silvio Moroni, decano degli esperti fiscali del giornale, la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto presidenziale che istituiva l’Irpef. Un’imposta “rivoluzionaria” che archiviava la lunga stagione dell’imposta di ricchezza mobile e dell’imposta complementare sul reddito. Un’imposta figlia del suo tempo, con il cumulo dei redditi familiari in capo al marito e con una fitta griglia di 32 scaglioni e aliquote per garantire il principio di progressività voluto dalla Costituzione: prelievo base del 10% sui redditi fino a 2 milioni di lire e poi, all’estremo opposto, il 72% sui redditi superiori a 500 milioni di lire. Poche detrazioni in cifra fissa, pochissimi oneri deducibili.

L’Irpef oggi è solo idealmente simile a quella che ha debuttato nel 1974 e poi è stata “trasferita” nel Testo Unico in vigore dal 1987. Testo unico che però non ha saputo mettere l’imposta al riparo dai continui cambiamenti ai quali fin dal principio era stata esposta (anche per rimediare ad alcune bocciature della Corte costituzionale, come sul cumulo dei redditi, dichiarato illegittimo nel 1976): nei 30 anni che vanno dal 1987 a oggi, le sole norme su scaglioni, aliquote, detrazioni, oneri sono state modificate quasi 200 volte.

Riforme mai al traguardo

Eppure, nel corso degli anni, non sono mancati i tentativi di avviare riforme organiche dell’imposta. Uno fu fatto con la legge delega n. 80 del 2003 rimasta però inattuata proprio in questa parte. Modifiche e integrazioni continuarono ad arrivare e il sistema ne soffrì, come nel 2007 quando le detrazioni a scalare in funzione del reddito presero il posto delle detrazioni fisse. Insomma, un’imposta nata all’inizio degli anni 70 con uno sforzo enorme di semplicità (almeno misurato sui parametri dell’epoca e nonostante la stravaganza dei 32 scaglioni…) si trova oggi a essere decisamente più complessa e meno efficace, anche a causa della stratificazione di cambiamenti estemporanei che ne hanno snaturato l’impianto, come da tempo decine di paper, studi e analisi mettono in evidenza (su lavoce.info c’è un ampio dossier che raccoglie molti contributi).

Il tema di un intervento di riordino sembra ora essere tornato d’attualità nei programmi elettorali dei partiti, tra proposte di flat tax e nuove curve delle aliquote. Ma a quali aspetti deve guardare una riforma dell’Irpef per ambire ad essere una buona riforma?

Detrazioni e aliquote

Il sistema delle detrazioni a scalare – che si riducono al crescere del reddito e si azzerano oltre certe soglie – produce effetti paradossali, con aliquote marginali effettive superiori a quelle nominali. Inoltre, le detrazioni a scalare fanno sì che le aliquote marginali diventino solo tre, determinando problemi a livello di equità del prelievo e di progressività (Borri, Nisticò, Ragusa e Reichlin su lavoce.info e poi Visco e Paladini sullo stesso sito).

Anche scaglioni e aliquote sono sotto osservazione. Per Massimo Baldini, Silvia Giannini e Alessandro Santoro la struttura delle aliquote è poco equa, tende a ridurre l’offerta di lavoro e la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto da parte delle donne e dei giovani, ovvero i soggetti con redditi medio-bassi. Secondo gli autori per risolvere queste criticità occorrerebbe ridurre le aliquote formali e al tempo stesso rivedere il sistema delle detrazioni. Molti studiosi concordano sia sulla necessità di rendere più morbida la progressione di scaglioni e aliquote sia sull’opportunità di tornare a un sistema di detrazioni in cifra fissa.

La corsa dei «bonus»

Deduzioni per oneri e detrazioni per spese particolari sono diventate una giungla ingestibile: se ne contano quasi 90 tipologie, in continua crescita. Il risultato? In molti casi non si colgono più i motivi che giustificano un trattamento fiscale di favore. Inoltre, questo affollamento determina una crescita delle complicazioni, alle quali ha solo parzialmente rimediato l’introduzione della dichiarazione precompilata. Infine, sotto un profilo, per così dire, sistemico questa impostazione genera non controllabili fenomeni di erosione fiscale.

Con vantaggi per i più abbienti. Si prendano gli oneri detraibili al 19%: la media del risparmio fiscale è di 1.400 euro pro capite. Tuttavia, a 100mila euro di reddito il risparmio medio sale intorno a 2.500 euro; a 300mila euro si arriva a quasi 5mila euro pro capite. Inoltre, come è facile intuire, la frequenza nell’utilizzo di queste detrazioni è molto più marcata tra i redditi elevati: l’86% dei contribuenti con reddito oltre 100mila euro dichiara almeno un onere detraibile, contro il 65% di quanti hanno redditi tra 10mila e 40mila euro.

Chi perde lo sconto

Questo proliferare di deduzioni e detrazioni non determina alcun vantaggio per larghissime fasce di contribuenti incapienti, ovvero soggetti che avendo imposta pari a zero, perdono completamente il beneficio della detrazione/deduzione. È un fenomeno preoccupante, anche perché – stima il Rapporto sulla struttura dell’Irpef realizzato dall’associazione Lef – quasi 5 milioni di contribuenti, non avendo imposta da pagare, rinunciano a vantaggi fiscali per circa 10 miliardi di euro all’anno. A dire il vero, lo segnala sempre Lef, qualche cosa si è fatto perché dal 2008 tra le detrazioni Irpef per carichi di famiglia è stata introdotta una “ulteriore detrazione”, concessa ai contribuenti con più di tre figli a carico e pari a 1.200 euro, che nei casi in cui non vi sia capienza dà diritto a un rimborso. Tra le anomalie, non può poi non essere segnalato il contributo di 80 euro che, sotto un profilo strettamente fiscale, continua ad apparire un corpo estraneo all’Irpef.

Flat tax à la carte

Altro tema è quello di alcune tipologie di reddito che non entrano nell’Irpef e sono tassate con imposta sostitutiva. Vere e proprie flat tax (alcune opzionali, a tutela di chi avrebbe aliquota marginale più bassa): sulle locazioni, con la cedolare secca al 21 o al 10%; su alcune tipologie di reddito da lavoro con il 5% del regime dei minimi o il 15% del regime forfettario; e poi sugli interessi e sui guadagni da capitale, con il 26% o del 12,5% dei titoli di Stato. Il Sole 24 Ore se ne è occupato il 10 luglio scorso: si tratta di 13-14 miliardi di gettito, che “sfuggono” alla progressività.

Come si vede, si tratta di criticità pesanti. Che andrebbero affrontate con una riforma organica, possibilmente al di fuori del vociare della campagna elettorale. Si possono, anzi si devono fare rapidamente le correzioni necessarie per rimediare ad alcune palesi storture dell’Irpef. Ma i nuovi scenari impongono riflessioni più ampie. Riflessioni capaci di gettare le basi per una nuova fiscalità.

Come ha scritto Franco Gallo («Idee per una organica riforma fiscale», sul n. 2-2017 di “Italianieuropei”) bisogna prendere atto del fatto che il sistema fiscale è al collasso anche perché continua a colpire in modo eccessivo proprio famiglie e imprese, senza trovare una via credibile e condivisa per intercettare la ricchezza moderna. Forse da qui bisogna partire per pensare al fisco di domani.

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