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Raid xenofobo, è scontro tra i partiti

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Raid xenofobo, è scontro tra i partiti

  • –Barbara Fiammeri

roma

La sparatoria di Macerata, che ha visto il 28enne Luca Traini ferire a colpi di pistola sei stranieri e fare il saluto romano prima di essere arrestato, irrompe in campagna elettorale. Matteo Salvini parte alla carica: «La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini». Parole pesanti che spostano altrove l’attenzione visto che l’autore del raid xenofobo, dopo aver militato tra Forza Nuova e Casa Pound era stato tra i candidati la Lega per il Comune di Corridonia. Salvini ovviamente prende le distanze («chiunque spari è un delinquente, ma prescindere dal colore della pelle») ma la responsabilità maggiore - insiste mentre su tutti i siti campeggia il fotogramma di Traini che assiste assieme ad altri militanti a un comizio del leader della Lega - è di chi ha premesso «l’invasione».

A Palazzo Chigi nel frattempo Paolo Gentiloni aveva avuto un faccia a faccia con il ministro dell’Interno Marco Minniti rimanendo in stretto contatto anche con il Quirinale. «Odio e violenza non riusciranno a dividerci», ha detto il premier assicurando che «delitti efferati e comportamenti criminali saranno perseguiti e puniti, questa è la legge, questo è lo Stato». Analogo l’intervento di Minniti, che, al termine della riunione del comitato per la sicurezza pubblica a Macerata, ha invitato a non «cavalcare l’odio, la contrapposizione di fronte a un fatto grave che poteva essere gravissimo». Il ministro dell’Interno, entrando poi nel merito di quanto accaduto, ha detto che la sparatoria è stata una «iniziativa individuale» frutto di un «evidente odio razziale» coltivato in un «background di estremismo di destra con chiari riferimenti al fascismo e al nazismo».

L’invito alla responsabilità di Gentiloni e Minniti è stato pienamente accolto dal Pd e dal M5S anche se Matteo Renzi, nel suo appello alla «calma e alla responsabilità», non rinuncia a ricordare che Traini è stato un candidato della Lega che ieri «ha sparato anche alla sede del Pd di Macerata» e che dunque «verrebbe facile tenere alta la polemica verso chi ogni giorno alimenta l’odio contro di noi. Ma sarebbe un errore». Pacatissimo invece Di Maio. «Non si può fare una campagna elettorale sui morti e sui feriti», ha detto il candidato premier dei pentastellati che si è detto vicino tanto alla famiglia di Pamela, la ragazza assassinata a Macerata presumibilmente dallo spacciatore nigeriano arrestato nei giorni scorsi, che alla «cittadinanza sotto choc dopo la sparatoria». E choc, sia pure virtuale, anche per il post circolato ieri sui social (e poi rimosso) in cui compare la presidente della Camera Laura Boldrini decapitata accompagnata da un commento truce: «Sgozzata da un nigeriano inferocito, è la fine che deve fare». Intanto, sempre sul web, gruppi di estrema destra sostengono apertamente l’autore della sparatoria, a partire da Forza nuova che è pronta a coprire le spese legali. Per Silvio Berlusconi, Traini è uno «squilibrato» da condannare che però - sottolinea - non può essere ricondotto a una lucida condotta politica» ma conferma semmai un problema di «sicurezza nelle città». E alla mancanza di sicurezza fa riferimento anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

Per Pietro Grasso presidente del Senato e leader di LeU la colpa è di «chi, come Salvini, strumentalizza fatti di cronaca e tragedie per scopi elettorali». Sulla stessa linea anche lo scrittore Roberto Saviano che definisce il leader della Lega «il mandante morale» del raid di ieri. «Saviano però non si è indignato per Pamela», replica il leghista Roberto Calderoli. Ma nella Lega fa sentire la sua voce anche chi, come Roberto Maroni, disapprova la svolta salviniana a destra: «Un fascistoide non c’entra con la gloriosa storia della grande Lega».

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