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Figli, no tax area, progressività: le promesse dei partiti sull'Irpef

Tra slanci più o meno alati e finanziamenti più o meno ballerini, il gran ballo dell’Irpef occupa ormai stabilmente il centro del dibattito fiscale in vista delle elezioni. Ma al di là delle petizioni di principio gli effetti sono tutti da valutare su tre snodi cruciali: la progressività, le ricadute sulle famiglie e più in generale sull’equità della distribuzione dei pesi. Anche perché i numeri spesso rivelano sorprese.

All’apparenza, la divisione è semplice: le ricette di Leu, Pd e Cinque Stelle puntano sulla progressività, utilizzata come sinonimo di equità, mentre nel centro-destra l’accento è messo sul taglio generalizzato. Ma non sempre i conti tornano, anche a prescindere dallo snodo determinante delle coperture.

Nel grafico qui sotto vengono tradotte in cifre le proposte di riforma avanzate dai cinque principali partiti, calcolando gli effetti che avrebbero sui conti di sei famiglie-tipo (ciascuna con un reddito da lavoro dipendente): una coppia senza figli, e una con due bambini piccoli, entrambe articolate su tre differenti fasce di reddito. Oltre all’Irpef, il risultato finale tiene conto degli assegni famigliari (con i loro ripensamenti avanzati da Pd e Leu), e del bonus da 80 euro, che nell’ipotesi targata M5S viene assorbito dal nuovo sistema.

I NUMERI A CONFRONTO PROPOSTA PER PROPOSTA
Fonte: elaborazione Sole24Ore sulla base dei programmi ufficiali dei partiti

Le tasse piatte

Nella gara del costo lordo, cioè dei soldi che andrebbero trovati per portare davvero la riforma in Gazzetta Ufficiale, il primato tocca ai 63 miliardi della Lega (da finanziare con un maxicondono sulle cartelle arretrate fino a 100mila euro e puntando su emersione del sommerso e ripresa economica). Gli effetti della tassa piatta al 15%, però, non sembrano rivoluzionari per tutti. Per i due profili con il reddito più basso la ricaduta sarebbe nulla: a loro, infatti, le detrazioni attuali garantiscono un robusto taglio d’imposta, per cui dovrebbe scattare la clausola di salvaguardia che nella proposta della Lega applica la vecchia Irpef quando è più conveniente della Flat Tax. La situazione cambia quando si sale la piramide dei redditi: per il club esclusivo degli italiani che dichiarano 150mila euro (da lì in su si incontrano 164mila persone, lo 0,4% dei contribuenti) la richiesta sarebbe tagliata del 60%, passando dai 56.670 euro all’anno dell’Irpef attuale ai 22.500 euro della Flat Tax.

Un po’ meno audace è la tassa piatta di Forza Italia, che presenta qualche punto di progressività maggiore per due ragioni semplici: l’aliquota è più alta (23%), e maggiore è anche la no tax area prodotta dalla deduzione di base (12mila euro) e dalle detrazioni per i figli (2mila euro fino a 3 anni, mille euro dopo).

La tassa azzurra sostiene anche i redditi più leggeri, ma l’incrocio con la scomparsa delle detrazioni attuali ha effetti collaterali: la coppia con 15mila euro di reddito senza figli, infatti, avrebbe un vantaggio finale da 506 euro all’anno, mentre quella con lo stesso reddito e due figli non avrebbe alcun vantaggio perché già oggi non paga nulla. Alla fine, insomma, ci sarebbero «meno tasse per (quasi) tutti», ma con un’avvertenza cruciale: per finanziare i 50 miliardi a regime di costo calcolato per l’aliquota unica al 23% si prevede di recuperare risorse dai 175 miliardi delle “spese fiscali”, cioè i variopinti sconti del sistema attuale. Un rischio per chi oggi ne beneficia.

La curva che cambia

Anche le tre aliquote studiate dai Cinque Stelle rischiano di celare inciampi importanti. Sono sempre più basse delle attuali, e si accompagnano a un ampliamento della no tax area, e quindi dovrebbero tradursi in un aumento di reddito per tutti. Ma il fisco, come il diavolo, si nasconde nei dettagli, e quello più importante dell’idea dell’M5S è il superamento degli 80 euro per finanziare 10 dei 13 miliardi di costo. L’addio al bonus Renzi si fa sentire soprattutto per la coppia da 15mila euro senza figli, che in cambio dei 736 euro di minore Irpef paga un dazio da 960 euro all’anno per la scomparsa dell’aiuto: il saldo finale è negativo per 224 euro all’anno. Quando con lo stesso reddito ci sono due figli, invece, la situazione rimane invariata, senza tasse come ora. E in generale il beneficio rispetto a oggi cresce con il reddito.

La riforma del Pd, invece, sarebbe indifferente per chi non ha figli. A cambiare non sono le aliquote, ma il sostegno alla famiglia attraverso un assegno universale (240 euro per figlio fino a 18 anni, 80 euro fino a 26 anni, ma le cifre scendono al crescere del reddito) che offrirebbe benefici maggiori ai redditi più bassi. L’idea, da 23 miliardi per il 60% finanziata dall’addio alle detrazioni di oggi per i figli e agli assegni famigliari, è quella di curare disuguaglianze e tassi di povertà nelle famiglie: l’effetto c’è, ma secondo le prime analisi non è enorme. Un calcolo diffuso ieri da lavoce.info indica che l’indice di Gini, quello che misura le disuguaglianze, si ridurrebbe del 4%, e il tasso di povertà relativa scenderebbe del 10% (-1% fra gli anziani).

Tutta nel nome della progressività è la curva Irpef elaborata per Leu dal Nens, che articola il prelievo in sette aliquote e introduce un assegno famigliare parametrato su reddito e patrimonio (con gli indicatori Isee) anziché sui soli guadagni Irpef. I numeri mostrano che i benefici si concentrerebbero sui redditi medio-bassi, e a pagare il conto sarebbero le fasce più alte che andrebbero incontro alle super-aliquote del 48% (da 70mila euro) e del 50% (da 300mila euro). Un’idea in controtendenza, che aumenta le variabili invece di ridurle, e che determina quindi scalini più “dolci” rispetto a oggi nel passaggio da un reddito all’altro.

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