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Maroni: senza accordi con i Paesi di origine neanche un rimpatrio

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Maroni: senza accordi con i Paesi di origine neanche un rimpatrio

«Senza accordi con i Paesi d’origine, di rimpatri non se ne fa neppure uno!». Roberto Maroni del pragmatismo ha fatto la sua cifra politica. Il raid razzista di Macerata non lo lascia indifferente anche perché Traini «uno squilibrato» era un militante della Lega. «Ci vorrebbe una migliore selezione, ma può capitare...», dice negando qualunque sintonia tra il Carroccio e i neofascisti. «Semmai sono i grillini in Veneto a ricalcare i metodi dei fascisti: quelli intimidivano gli oppositori con l’olio di ricino, questi lo fanno con le fake news». L’ex ministro dell’Interno dell’ultimo governo Berlusconi più che cavalcare l’onda preferisce suggerire soluzioni, partendo dall’esperienza maturata in quegli anni al Viminale.

«Fu l’accordo con la Libia a evitarci l’emergenza sbarchi», ricorda Maroni, sottolineando che l’intesa con Gheddafi fu sottoscritta dal suo predecessore ovvero Giuliano Amato nell’ultimo governo Prodi. «Io dovevo attuarlo ma all’inizio i libici non collaboravano». Nel giro di un anno, a maggio del 2009, la svolta: «Ricordo che stavo facendo una riunione con i vertici del ministero e il Capo della Polizia proprio per affrontare l’emergenza sbarchi in vista dell’estate, quando arrivò una telefonata dalla Guardia costiera che con sorpresa mi comunicava che erano stati avvertiti dai libici dell’arrivo di alcuni barconi anticipandoci che sarebbero venuti a riprenderseli». Di lì a un mese Muammar Gheddafi sarebbe arrivato a Roma con la sua tenda beduina, accolto con tutti gli onori riservati a un capo di Stato dall’allora premier Silvio Berlusconi e dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Poi arrivarono le primavere arabe, la morte del rais libico e gli sbarchi si moltiplicarono. «Non c’è una soluzione facile», insiste Maroni, ricordando anche lo stratagemma adottato nell’estate del 2011 quando Lampedusa e la Sicilia furono prese d’assalto: «Decidemmo di rilasciare a tutti quelli che arrivavano, un permesso temporaneo di soggiorno per ragioni umanitarie di sei mesi con il quale potevano recarsi in qualunque paese avesse sottoscritto Schengen...». E così la stragrande maggioranza risalì lo Stivale per superare le Alpi e andare in Francia, Austria, Germania o penisola scandinava. «Minniti?, Sì ha provato a fare l’accordo con i libici, ma non può funzionare perché è un paese in guerra, ostaggio delle varie tribù e anche con la Tunisia non siamo di fronte a un governo forte. C’è stata una carenza di iniziativa politica da parte del Governo». Per Maroni è evidente che difficilmente i nostri alleati europei ci daranno una mano: «A questo punto l’unica carta che possiamo giocarci è chiamare in causa l’Onu, chiedere l’intervento in Libia dei caschi blu a presidio delle coste e della tutela dei migranti oggi detenuti in quelli che vengono definiti dei veri e propri lager».Un’operazione che però l’Italia non dovrebbe portare avanti da sola: «Chiediamo al presidente Trump di sostenerci non credo che si tirerebbe indietro».

La politica dei rimpatri per Maroni è invece molto ostica. Anche perché il rimpatrio deve avvenire nel Paese d’origine e non in quello di provenienza. «Significa che ci deve essere un accordo con quel Paese, altrimenti neppure possiamo atterrare....». E l’accordo è quasi sempre molto oneroso perché oltre a dover pagare il viaggio di ritorno «ti chiedono anche le spese per il reinserimento sociale! Ricordo quando a Lampedusa c’erano 800 tunisini che volevamo rispedire a casa e il governo di Tunisi pretendeva 500mila euro per ciascuno. Ovviamente respingemmo la richiesta».

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