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I tre moniti lasciati in eredità dalla tempesta sui listini

FLASH CRASH

I tre moniti lasciati in eredità dalla tempesta sui listini

È stata una flash-crisi. Una tempesta di Borsa a tempo di algoritmo. Ma anche se i suoi effetti dovessero presto sparire sui mercati, la guerra-lampo combattuta a Wall Street ha lasciato il segno. E almeno tre moniti.

1) Thriller banche centrali
Il «flash-crash» ha fatto capire che la ritirata degli stimoli monetari non sarà una passeggiata. Le Borse a gennaio erano cresciute sulla base di tre presupposti: crescita globale, inflazione contenuta e banche centrali che riducono gli stimoli molto lentamente. Venerdì è bastato un dato sui salari Usa un po’ più alto del previsto (un’ottima notizia) per far paradossalmente scattare il panico: le Borse hanno infatti iniziato a temere che le banche centrali possano essere costrette a ritirare gli stimoli in fretta. Insomma: è bastato un solo dato (per di più positivo) per far crollare tutto. Una follia. Che però dimostra quanto i mercati siano dipendenti dalla “droga” delle banche centrali. Questa è la prima lezione: ridurre gli stimoli in modo indolore non sarà facile.

2) Rischi eccessivi
Il «flash crash» ha mostrato cosa è accaduto in questi anni di tassi a zero e di liquidità abbondante: gli investitori hanno alzato l’asticella dei rischi per cercare rendimenti appetibili. E tanti hanno esagerato. Quasi tutte le categorie di investitori sono per esempio sovra-esposte sulle Borse. Ma questo è il male minore: rischi maggiori si trovano nei prodotti complessi e a leva. Fino a pochi giorni fa alcuni hedge fund scommettevano a leva (dunque a debito) sul ribasso dell’indice della volatilità (Vix). Facevano un sacco di soldi, ma rischiavano così tanto che è bastato poco per farli saltare in aria. Era una nicchia di investitori, ma sono stati sufficienti per far scattare il domino. Tutt’ora ci sono oltre 150 altri Etf a leva, su tutte le asset class. Il problema non è solo il rischio derivante dalla leva, ma talvolta anche lo squilibrio di liquidità: gli Etf (ma anche i fondi attivi) garantiscono ai sottoscrittori la liquidabilità delle quote, ma loro investono talvolta in titoli o derivati illiquidi. Dunque se si trovassero ad affrontare una corsa ai riscatti, rischiano di entrare in difficoltà.

3) Il baco degli algoritmi
Il «flash-crash» ha evidenziato due problemi negli algoritmi. Uno. I computer usano spesso gli stessi parametri per orientarsi. Per esempio l’indice della volatilità Vix, utilizzato per stabilire se un investimento sia rischioso oppure no. È evidente che questo crea un effetto gregge: se in tanti guardano lo stesso parametro per orientare gli investimenti, qualunque variazione di quell’indicatore modifica i comportamenti in massa degli investitori. Questo produce violenti movimenti sui mercati, come visto.

Due. Gli algoritmi basano i calcoli su serie storiche di dati, sovrappesando quelli più recenti. Ma i dati di mercato negli ultimi anni sono stati falsati dall’immensa quantità di liquidità: dunque possono “ingannare” gli algoritmi. Il caso dei giorni scorsi è emblematico. Come detto molti algoritmi prendono il Vix come parametro per misurare la “paura” sui mercati: dato che l’indice fino a settimana scorsa era molto basso, hanno interpretato questo come un segnale di bassa “paura”. Quindi hanno investito sempre più in titoli rischiosi. In realtà il Vix era basso per la “droga” monetaria: non indicava dunque bassa “paura”, ma una bolla. Ebbene: nessuna serie storica la contemplava.

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