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Dossier Il vincolo di mandato boomerang per il centrodestra

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Il vincolo di mandato boomerang per il centrodestra

Ditegli sempre di sì. Questa commedia di Eduardo De Filippo è più attuale che mai. Bisogna compiacere gli elettori. Ed ecco proposte mirabolanti. Si delinea un Paese delle meraviglie. Si fanno intravvedere alberi della cuccagna a ogni angolo di strada. D’altra parte aveva ragione Otto von Bismarck: non si mente mai così tanto prima delle elezioni, durante una guerra e dopo una battuta di caccia. E naturalmente fioccano proposte anche di carattere costituzionale. I pentastellati sono stati i primi a lanciare l’idea di una modifica dell’articolo 67 della Costituzione al fine di passare dal divieto di mandato imperativo al vincolo di mandato. Li si può capire. Strada facendo hanno perso un bel numero di parlamentari, insofferenti di una caporalesca disciplina di partito. Se un domani passasse la riforma, decadrebbero. E sarebbero sostituiti dai primi dei non eletti nelle circoscrizioni o dai vincitori delle suppletive nei collegi uninominali.

Adesso è il centrodestra a ripescare questa proposta. Mai come in quest’ultima legislatura i cambi di casacca sono stati talmente tanti da far gridare allo scandalo. E dire peste e corna di questi migranti di Montecitorio e di Palazzo Madama vuol dire entrare in sintonia con l’opinione pubblica e raggranellare un bel po’ di voti. È poi probabile che ci sia anche un retropensiero da parte di componenti del centrodestra, come la Lega e Fratelli d’Italia. A torto o a ragione temono inciuci dopo le elezioni. E avanzano una simile soluzione per sottolineare che il centrodestra, unito prima del voto, deve continuare ad esserlo anche dopo.

Sta di fatto che il divieto di mandato imperativo, previsto dalla nostra legge fondamentale, ha una lunga e luminosa tradizione. E ha la sua brava ragion d’essere. La Rivoluzione francese assesta al vincolo di mandato il colpo di grazia. Si afferma il concetto di Nazione sinonimo di popolo. Ne consegue che i deputati non sono più portatori di interessi settoriali. Rappresentano invece la Nazione intera, il bene comune, l’interesse generale. Il divieto di mandato imperativo diventa così merce d’esportazione. Se ne fanno paladine la Costituzione belga del 1831, la Carta francese del 1848 e via via un po’ tutte le altre. Fino ai giorni nostri. E prima della nostra Costituzione, tale divieto era previsto dall’articolo 41 dello Statuto albertino.

All’Assemblea costituente l’articolo 67 passò senza discussione. Ma è sintomatico che i più fieri avversari del divieto furono i comunisti. Nella seduta del 19 settembre 1946 della seconda sottocommissione Umberto Terracini sostenne che «la disposizione in esame si potrebbe omettere. Essa poteva avere la sua ragion d’essere nei tempi passati e col collegio uninominale». E concluse che «qualsiasi disposizione, inserita nella Costituzione, non varrebbe a rallentare i legami tra l’eletto ed il partito che esso rappresenta». Ruggero Grieco a sua volta si dichiarò «contrario a includere la formula “senza vincoli di mandato”, perché, a suo avviso, i deputati sono tutti vincolati ad un mandato: si presentano infatti alle elezioni sostenendo un programma, un orientamento politico particolare». Così parlarono gli esponenti del Partito per eccellenza, il Pci. Mentre a perorare l’opposta causa fu un deputato di sentimenti liberali come Aldo Bozzi, che sarà presidente della prima commissione bicamerale per le riforme costituzionali.

Ora, c’è da domandarsi se convenga ribaltare il principio codificato dall’articolo 67 della Costituzione. Un principio squisitamente liberale. Il fatto è che il suddetto divieto di mandato soprattutto in questa legislatura è diventato la classica foglia di fico per coprire a malapena le vergogne di inverecondi salti della quaglia. Ma non sarà mica che la proposta avanzata dal centrodestra si rivelerà un boomerang? I sondaggi dicono che Forza Italia sta guadagnando punti, soprattutto dopo che Berlusconi ha promesso di rimpatriare 600mila clandestini. E il centrodestra unito è poco sotto il 40%. Se dovesse raggranellare qualche altro punticino, si avvicinerebbe alla maggioranza assoluta dei seggi. More solito, spunterebbero come i funghi in autunno i soliti “responsabili”, di null’altro desiderosi che di salire sul carro dei vincitori e di allontanare l’amaro calice del ritorno immediato alle urne. In operazioni del genere Berlusconi si è rivelato un maestro fin dal 1994. Ed è in buona compagnia. Difatti Massimo D’Alema si è avvalso dei cossighiani straccioni di Valmy e Romano Prodi si è appoggiato alla stampella dei senatori a vita.

Orbene, dopo questa proposta di modifica costituzionale, con che faccia il centrodestra potrebbe adoperarsi per racimolare i seggi mancanti? La verità è che fin dai tempi del Connubio cavourriano il trasformismo è andato a braccetto con il regime parlamentare. Ma, come si diceva nell’antica Roma, est modus in rebus.

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