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Per avere più voce in Europa cruciale contenere il debito

L'Analisi|Le parole di visco

Per avere più voce in Europa cruciale contenere il debito

Aprile potrebbe essere davvero il più crudele dei mesi per il nostro paese se, per quella data, l’Italia non farà sentire in modo deciso e responsabile la sua voce nella discussione sulla riforma dell’eurozona. Proprio nel mezzo di una campagna elettorale assai poco incline a rispettare il principio di realtà, soprattutto in materia di finanza pubblica, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco fa capire, nel suo intervento al ventiquattresimo congresso Assiom Forex, che le regole dell’euro sono troppo importanti per lasciare l’iniziativa su questo terreno al solo asse franco-tedesco.

Occorre dunque superare la nebbia dei fraintendimenti e della scarsa fiducia fra i soci fondatori di Eurolandia e misurarsi con un dibattito che sta condizionando la definizione delle regole europee per la gestione delle crisi bancarie e sta bloccando il completamento dell’Unione bancaria europea, con il risultato di lasciare senza paracadute finanziari il fondo di risoluzione unico europeo e l'assicurazione dei depositi, mentre gli strumenti e le procedure nazionali che esistevano prima ed erano efficaci per governare le crisi bancarie non si possono più usare.

Il cuore di questo dibattito (le ultime proposte in sede tecnica sono quelle formulate il 17 gennaio scorso da quattordici autorevoli economisti francesi e tedeschi) finora poggia sulla necessità di ridurre, sia pure con gradualità, il “circolo vizioso” che in un’eventuale crisi finanziaria può collegare banche e debiti sovrani; e in sede europea si sta cercando il modo di superare la contrapposizione fra quanti, Germania in testa, ritengono prioritaria l’azione per ridurre i rischi macroeconomici nei singoli stati e quei paesi che invece vorrebbero la rapida creazione di strumenti di protezione comune.

Visco è molto chiaro nel suo giudizio sulla proposta di chi suggerisce di contenere i rischi scoraggiando l’investimento in titoli di stato da parte degli istituti di credito e predisponendo procedure ordinate per la ristrutturazione dei debiti pubblici ritenuti non sostenibili: «Si tratta di una versione semplificata della genesi e della gestione delle crisi finanziarie, che in ogni caso trascura i rischi che potrebbero derivare da movimenti di capitale rapidi e ampi sul mercato dei titoli di stato europei». Insomma introdurre una ponderazione del rischio sull’investimento in titoli di stato delle banche o fissare limiti quantitativi al loro investimento può avere effetti controproducenti. Soprattutto, precisa il numero uno della banca centrale italiana «è illusorio pensare che, per quanto ordinata, la ristrutturazione di un debito pubblico di grandi dimensioni possa avvenire senza pesanti conseguenze per l’economia nazionale e per il complesso di quella europea».

Ma se questo è il discorso da fare ai partner europei, non si può prescindere da ciò che è di nostra stretta responsabilità. In prospettiva, ha ammonito il governatore, non è della normalizzazione della politica monetaria che ci si deve preoccupare, ma della credibilità e dell’efficacia delle riforme e del processo di riduzione dell’incidenza del debito pubblico italiano sul Pil. Un aumento del disavanzo pubblico non può sostituirsi a nuovi progressi sulle riforme di struttura e il problema del debito pubblico in Italia non si può esorcizzare dice Visco. Il messaggio nella bottiglia per i policy maker italiani è questo: non riusciremo a negoziare in modo autorevole in Europa senza scelte di politica economica responsabili.

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