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Più di Wall Street i banchieri temono le urne

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Più di Wall Street i banchieri temono le urne

  • –Maximilian Cellino

Verona

Assiom Forex, un anno dopo. Fra i presenti all’annuale Congresso degli operatori finanziari si avverte un clima sicuramente più ottimista rispetto a quello teso e a tratti anche cupo di dodici mesi fa in quel di Modena. Non si tratta evidentemente - come ha scherzosamente fatto notare il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco prima di iniziare l’atteso intervento - del sole che intiepidiva ieri Verona, piuttosto di un senso di generale rinnovata fiducia che circonda un’economia italiana finalmente in recupero e un sistema bancario che sembra avviato a mettersi alle spalle l’annosa questione dei crediti deteriorati.

Volti meno tirati appaiono dunque fra i banchieri seduti in sala ad ascoltare quello che in fondo è il primo discorso ufficiale di Visco dopo la non semplice conferma al vertice di Palazzo Koch. Ma allo stesso tempo una certa attenzione verso quelle che restano le principali incognite sul futuro del nostro Paese, prime fra tutte le elezioni che incombono fra tre settimane: pochi lo nomina direttamente, eppure il voto risulta il vero convitato di pietra del 24esimo Congresso.

Visco, da parte sua, tiene a ricordare che l’inevitabile e temuta riduzione degli stimoli monetari da parte della Bce non avrà ripercussioni sull’economia nazionale, a patto però che il governo non lasci dubbi agli investitori sulla determinazione a mantenere l’equilibrio dei conti pubblici e non devii dal percorso di riforma avviato, e ottiene così l’approvazione della platea. «È bene che il Governatore abbia indicato la riduzione del debito come una più solida e duratura ripresa della produzione italiana», sottolinea Antonio Patuelli, presidente dell’Abi.

Le parole del governatore sono del resto particolarmente attese, proprio perché le prime del nuovo mandato. Le polemiche politiche legate alla sua conferma non sono state certo dimenticate, i banchieri faticano a esporsi sul tema, ma dietro la promessa di anonimato qualcuno confessa di aver notato nel discorso «uno stile più diretto, soprattutto nell’affrontare le delicate questioni legate alla vigilanza e nel porre le linee pragrammatiche per il futuro». Non passa certo inosservato, a tale proposito, il richiamo alle Banche di credito cooperativo a non porre «ritardi e resistenze al cambiamento». E viene apprezzato anche l’equilibrio e la fermezza con cui, nella dibattuta questione dell’addendum, si chiarisce che il processo di riduzione delle sofferenze debba essere ottenuto attraverso interventi «sostenibili» e che non siano «potenzialmente destabilizzanti».

Si parla invece relativamente poco delle turbolenze che hanno interessato i mercati finanziari nel corso dell’ultima settimana: «La correzione era attesa, salutare e alla fine è meglio che sia avvenuta a inizio anno», osserva Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, sintentizzando un pensiero abbastanza ricorrente fra un pubblico che preferisce piuttosto guardare a un «quadro economico positivo e di crescita». «Per quanto riguarda l’Italia - aggiunge però il presidente di Assiom Forex, Luigi Belluti, nel corso del proprio intervento - penso che il mercato stia sottovalutando il rischio politico», con riferimento alle possibili difficoltà che si potrebbero incontrare nel costituire un governo stabile.

Sui titoli di Stato si temono del resto possibili effetti destabilizzanti, non soltanto a causa della già citato avvicinarsi della fine del quantitative easing targato Bce o del rischio di modifiche al trattamento prudenziale degli stessi bond sovrani detenuti nei portafogli delle banche. Su questo argomento desta infatti sicuro interesse e una certa apprensione, in particolare fra gli addetti ai lavori, l’allarme lanciato dallo stesso Belluti sull’impatto dei criteri utilizzati per il calcolo del net stable funding ratio (Nsfr, uno degli standard di liquidità introdotti da Basilea che le banche devono soddisfare): «Se non si cambiano le metriche di calcolo si rischia di far implodere il mercato dei bond sovrani, soprattutto in Paesi ad alto debito come l’Italia», avverte Belluti. Sarebbe senza dubbio una bastone in mezzo alle ruote del quale il nostro Paese non sente certo il bisogno.

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