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La flessibilità sostenibile, da rafforzare senza smontare

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L'Analisi|L’ANALISI

La flessibilità sostenibile, da rafforzare senza smontare

Il debutto (con un anno di ritardo) dell’Ape volontario nel pieno di una campagna elettorale in cui si rincorrono roboanti annunci di riforme del nostro modello previdenziale offre più di uno spunto critico. Ma va riconosciuto il tentativo di offrire una flessibilità di uscita anticipata senza smontare i conti del sistema.

I tempi di implementazione, innanzitutto. Un anno di ritardo sul cronoprogramma della legge di Stabilità 2017 si può giustificare in tanti modi. È cambiato il governo, bisognava fare accordi con Abi e Ania, trovare un’intesa collaborativa con i patronati e consentire a Inps, che a sua volta in questi mesi ha cambiato l’intera linea dirigenziale, di “ingegnerizzare il prodotto”. Ma pur sempre di un anno di ritardo si tratta. Un tempo tanto lungo da indurre il governo Gentiloni a concedere una proroga alla sperimentazione dell’Ape fino alla fine del 2019.

Ora che lo strumento è in campo vale però la pena di considerarlo, con attenzione e senza troppe pretese, per quello che offre: una possibilità in più di uscita flessibile dal mercato del lavoro, a 63 anni, con un finanziamento bancario a un tasso molto agevolato rispetto a quelli applicati, per esempio, per il credito al consumo o sui finanziamenti concessi a fronte di una cessione del quinto dello stipendio o della pensione. Non solo. Il prestito-ponte è anche cumulabile con altri redditi da lavoro, il che significa per esempio più flessibilità per concordare con le imprese la trasformazione di un contratto a tempo pieno in uno a tempo parziale negli ultimi anni prima della pensione. Una flessibilità che potenzialmente potrebbe innescare un cambio di passo nelle tante trattative aperte per gestire gli esuberi di personale o tentare un ricambio generazionale nel settore privato ma anche nella Pa, utilizzando la versione aziendale dell’Ape volontario. E se, ancora, si considera l’Ape volontario in tandem con un altro strumento appena entrato in via definitiva nel nostro sistema pensionistico, la Rendita integrativa temporanea anticipata (Rita), si scopre che non solo le forme di auto-finanziamento dell’uscita anticipata dal lavoro si moltiplicano ma che gli oneri, per chi ha aderito a suo tempo alla previdenza complementare, possono quasi annullarsi. In quest’ultimo caso lo strumento avrà successo ancor più se riuscirà anche ad accrescere le adesioni dei lavoratori più giovani a un fondo complementare.

Insomma, con Ape e Rita sono stati attivati due strumenti che se da una parte aumentano le possibilità di uscita flessibile dal mercato del lavoro, dall’altra possono innescare scelte migliori di risparmio-previdenza sia per lavoratori arrivati alla fine del loro ciclo di vita attiva, sia di lavoratori che hanno appena firmato il loro primo contratto.

Vedremo al termine della sperimentazione se i numeri daranno ragione a queste misure. Oggi possiamo già dire che offrono una flessibilità sostenibile (e da rafforzare) nel paese europeo con la più elevata spesa pensionistica. Una spesa, è bene ricordarlo a chi promette troppo facili ritorni al passato, che in nessun modo possiamo lasciare crescere ancora.

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