Italia

Sull’incognita manovra-bis pesano il voto e l’output gap

L'Analisi|conti pubblici

Sull’incognita manovra-bis pesano il voto e l’output gap

Ora che il 2017 sta per essere archiviato con una crescita media dell’1,4% (l’Istat comunicherà il dato definitivo il 1° marzo), l’imminente trattativa con Bruxelles sulla possibile manovra bis in arrivo tra maggio e giugno si sposta tutta su tre fattori: il cosiddetto output gap, che misura lo scarto tra il Pil potenziale e quello effettivamente realizzato, la riduzione (che ne deriva) del deficit strutturale, calcolato secondo le regole europee al netto delle variazioni cicliche e delle una tantum, la variabile politica. Nel rivedere al rialzo all’1,5% le proprie stime sull’andamento dell’economia italiana per il 2018 (dal precedente 1,3%), la Commissione Ue ha rilevato lo scorso 7 febbraio che le prospettive di crescita restano “moderate” a causa soprattutto “del limitato potenziale di crescita”.

Tra breve sapremo se verrà confermato quanto il vice presidente Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici hanno scritto nella lettera inviata lo scorso 27 ottobre al ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan: la manovra 2018 prevede una riduzione del deficit strutturale dello 0,3% del Pil (contro lo 0,6% richiesto da Bruxelles), che scende allo 0,2% proprio per effetto del calcolo aggiornato della crescita potenziale. Ma anche il tasso nominale di incremento della spesa primaria supera dello 0,1% la riduzione raccomandata di almeno lo 0,2 per cento. Ecco perché – secondo la Commissione – persiste il rischio di «deviazione significativa dallo sforzo di aggiustamento di almeno lo 0,6% raccomandato dal Consiglio il 12 luglio 2016». La risposta a stretto giro di Padoan ribadiva che la difformità di stime, che porterebbero alla richiesta di una correzione pari a 3,4-3,5 miliardi, è da attribuirsi ai diversi criteri di calcolo: il Governo stima l’output gap a -2,1% del Pil potenziale nel 2017 e -1,2% nel 2018.

Per la Commissione, siamo a -0,8% nel 2017 e attorno allo zero nel 2018. Si ripropone lo scenario del 2017, che portò a una correzione aggiuntiva dello stesso importo? Stando ai numeri, l’ipotesi è fondata, come segnala l’Ufficio Parlamentare di Bilancio: se fosse confermata la deviazione sia sul saldo strutturale che sulla spesa, «sarebbe necessario attivare il meccanismo di correzione automatico previsto dalla vigente normativa». L’ordine di grandezza è di circa 3,5 miliardi, ha ribadito ieri il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro. Se questa è la situazione alla luce dei numeri, sulla decisione finale peserà la variabile politica. Dipenderà dall’esito del voto del 4 marzo, da quale Governo e da quale ministro dell'Economia saranno chiamati a condurre la trattativa, nonché dagli equilibri politici che si determineranno nell’asse Roma-Parigi-Berlino una volta costituito il governo di coalizione in Germania. La strada dell’ulteriore flessibilità (dopo i circa 30 miliardi già concessi dal 2015 a oggi) sembra preclusa. Un segnale, forte e vigoroso, sul fronte della riduzione del debito (garantito da una crescita nominale più spinta rispetto alle stime), potrebbe aprire la strada quanto meno a un rinvio della richiesta di manovra bis. Ipotesi percorribile, alla luce delle mirabolanti promesse di questa campagna elettorale?

© Riproduzione riservata