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Maxi sequestro di imprese sull’asse Reggio Calabria-Firenze

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Operazione antimafia

Maxi sequestro di imprese sull’asse Reggio Calabria-Firenze

(Ansa)
(Ansa)

Cento milioni e 51 imprese sequestrate sull' asse Reggio Calabria-Firenze in un'operazione antimafia delegata dalla Dda alla Dia e alla Gdf di Reggio Calabria.
Sono 27 i soggetti colpiti dal decreto di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell'attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all'emissione di false fatturazioni, reati fallimentari ed altro.
Contemporaneamente, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, guidata dal capo Giuseppe Creazzo, sono in corso di esecuzione ulteriori provvedimenti restrittivi e di sequestro per riciclaggio/reimpiego nel tessuto economico toscano dei proventi illeciti conseguiti dalla presunta associazione mafiosa.

Dia Reggio Calabria - Operazione Martingala

Le indagini della Dda di Reggio Calabria sono state condotte dai pm Stefano Musolino e Francesco Tedesco con il coordinamento del Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e del Procuratore vicario, Gaetano Calogero Paci.
Le indagini hanno svelato l'esistenza di un sodalizio criminale con base a Bianco (Rc) ma proiettato in tutta Italia e all'estero.
Gli elementi di vertice dell'organizzazione sono stati identificati in Antonio Scimone – principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e vero “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali – nonché in Antonio Barbaro, Bruno Nirta e il figlio Giuseppe.

L'organizzazione poteva contare su un gruppo di società di comodo (“cartiere”), che venivano sistematicamente coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali e operazioni di pagamento rivelatesi tuttavia anch'esse fittizie.
Le società avevano sede in vari Paesi dell'Unione europea (Croazia, Slovenia, Austria, Romania) e, dopo non più di un paio di anni di “attività”, venivano sistematicamente trasferite nel Regno Unito e chiuse.
Tutto ciò era ovviamente funzionale ad evitare accertamenti, anche ex post, sulla loro contabilità.
Le operazioni fittizie hanno consentito al sodalizio di mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l'estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali “in primis” il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi.

Questo meccanismo fraudolento, mediante la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l'instaurazione di articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi “clienti” che di volta in volta si rivolgevano agli stessi per il soddisfacimento di varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale. Gran parte di questi clienti erano imprenditori espressione, direttamente o indirettamente, delle cosche di ‘ndrangheta operanti sul territorio dei “tre mandamenti”.

Le indagini finanziarie hanno consentito di accertare che, attraverso questo collaudato meccanismo fondato sulle operazioni fittizie, Antonio Scimone e i suoi sodali sono riusciti a far transitare dai conti delle società cartiere flussi finanziari per diverse centinaia di migliaia di euro al mese. Questo vorticoso giro di denaro aveva termine direttamente in Italia mediante bonifici a società di comodo, oppure sui conti di società estere. Da questi conti il denaro veniva successivamente prelevato e riportato in contanti in Italia.
L'organizzazione ha dimostrato anche una notevole capacità di infiltrarsi nella gestione ed esecuzione di appalti pubblici. Ciò è avvenuto con varie modalità, ad esempio con la predisposizione di contratti di joint venture, o anche tramite i contratti di “nolo a freddo”.

r.galullo@ilsole24ore.com

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