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Ong italiane in Libia: non solo centri di detenzione, ma anche progetti…

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il caso del consiglio italiano rifugiati

Ong italiane in Libia: non solo centri di detenzione, ma anche progetti di cooperazione

Non solo un progetto partito a fine gennaio a sostegno dei profughi detenuti nel Centro Tarek al Matar, dopo il bando della Cooperazione italiana che a fine 2017 ha aperto le porte alle Ong italiane nei centri per rifugiati in Libia, le cui condizioni critiche sono segnalate da tempo dalle organizzazioni internazionali. Ma anche due contratti con l’Unhcr per promuovere attività di sviluppo e assistenza a favore di rifugiati, migranti e sfollati interni. È il caso del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), una delle organizzazioni non governative più attive in Libia.

Zaccaria (Cir): operativi in Libia dal 2009
«Abbiamo aperto nel 2009 un ufficio a Tripoli - racconta Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai e ora presidente del Cir - E da allora abbiamo sempre lavorando con il ministero degli esteri e con la comunità europea. Siamo l'unica organizzazione che ha mantenuto lo staff internazionale anche nei momenti più difficili dal punto di vista della sicurezza. Dopo uno stop delle attività nel 2015, siamo ripartiti nel 2016. E non abbiamo più smesso di essere operativi, tant’è che, oltre ai due progetti appena sottoscritti, abbiamo da poco presentato un progetto con l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, che prevede la possibilità di entrare in altri centri di detenzione, identificare i soggetti vulnerabili e portarli via dal Paese tramite l’Unhcr».

Gli sportelli per l'assistenza medica e legale
L’identificazione dei «soggetti vulnerabili» da segnalare all’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) per l'inserimento nel programma dei corridoi umanitari è del resto una della attività principali previste da uno dei due progetti appena attivato in Libia, che prevede anche la realizzazione e la gestione di due Community Development Center (CDC – Centri di Sviluppo della Comunità), sportelli per l'assistenza umanitaria di base, medica, legale e psicologica a migranti e rifugiati, nonché l’organizzazione di unità sanitarie mobili a Sebha, Obari, Ghat, Gatroun, Kufra e Sirte.

Potenziamento del sistema idrico e opportunità di lavoro
L’altro progetto punta sullo sviluppo locale. E prevede la realizzazione di 140 Quick Impact Projects (QIPs – progetti di impatto immediato) a Tripoli, Zwara, Sirte, nelle zone dei Tawarga e nella regione del Fezzan, nel sud del Paese. Si tratta di piccoli progetti di sviluppo che puntano ad avere effetti immediati sulla popolazione locale, ancora provata dalle conseguenze della guerra civile, con la creazione di pozzi, il potenziamento del sistema idrico – in particolare a sostegno di centri medici e ospedalieri – la creazione di aree protette per bambini, la riorganizzazione dello smaltimento dei rifiuti in aree limitate. È previsto, inoltre, il coinvolgimento degli sfollati, dei rifugiati e dei migranti nelle vari fasi di realizzazione dei progetti, per creare opportunità di lavoro e integrazione con la comunità locale.

Le attività nel centro per migranti Tarek al Matar
Il Cir è operativo anche nel centro per migranti Tarek al Matar in Libia da fine gennaio 2018. Il progetto, finanziato dalla Cooperazione italiana, è in partenariato con Cefa (Comitato europeo per la formazione e l’agricoltura) – capofila – e la Fondazione Albero della Vita. La detenzione di migranti in Libia è un fenomeno preesistente alla destituzione e uccisione di Gheddafi nel 2011. I centri sono stati istituiti nei primi anni del 2000 per scoraggiare la migrazione in Libia e in Europa e già allora alcune organizzazioni internazionali avevano denunciato gli abusi che avvenivano al loro interno. L’iniziativa prevede due tipi di interventi: da un lato l'assistenza diretta alle persone, attraverso la distribuzione di beni materiali e cibo, assistenza psicosociale e riabilitazione; dall'altro la formazione tecnico-operativa all'interno del centro per promuovere il rispetto dei diritti umani fondamentali.

150 persone arrivate dalla Libia con i corridoi umanitari
In generale l’obiettivo del Cir è creare un collegamento con le politiche dei “corridoi umanitari” che il Governo italiano, in collaborazione con diverse organizzazioni, ha messo in atto. Quella dei corridoi umanitari è una delle poche vie di ingresso “regolare” in Italia. L’obiettivo è evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo (che hanno già provocato centinaia di morti), attivando canali di ingresso legali in Italia per persone che hanno diritto a forme di protezione internazionale. Lo scorso 14 febbraio 150 profughi dalla Libia sono arrivati all'aeroporto militare di Pratica di Mare (Roma) dove ad attenderli c'era la Caritas Italiana, insieme a rappresentanti del governo e delle Nazioni Unite. Nel quadro degli accordi tra Conferenza episcopale italiana e governo per l'apertura di canali sicuri di ingresso, è la seconda evacuazione umanitaria dal paese nord africano, dopo quella del 22 dicembre scorso.

Lo scorso 30 gennaio sono arrivati invece a Fiumicino da Beirut 30 profughi siriani. Si è trattato del primo gruppo del contingente di 1.000 previsto dal nuovo accordo firmato lo scorso novembre tra la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche d'Italia e il governo italiano. Grazie al primo accordo siglato il 15 dicembre 2015 alla Farnesina, sono già arrivati legalmente in Italia dal Libano 1.000 profughi (in gran parte famiglie siriane in condizioni di vulnerabilità), con un progetto interamente autofinanziato. Le associazioni coinvolte nel progetto inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i profughi nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità locali e alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell'Interno, rilasciano dei visti umanitari con “validità territoriale limitata”, validi dunque solo per l'Italia. Una volta in Italia, i profughi presentano la domanda di asilo.

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