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Londra o Rotterdam? L’ombra di Brexit sulla scelta di Unilever

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Una multinazionale a due anime

Londra o Rotterdam? L’ombra di Brexit sulla scelta di Unilever

Unilever punta a riunire le sue due anime proprio mentre la Gran Bretagna si appresta a separarsi dall’Unione Europea. La multinazionale anglo-olandese annuncerà entro un paio di settimane dove stabilirà il suo nuovo quartier generale unico. Oggi ha due sedi, una a Londra e una a Rotterdam, due società quotate e due consigli di amministrazione.

Da quando l’anno scorso Unilever aveva annunciato la decisione di mettere fine alla struttura bicefala è scattata la concorrenza tra i Governi dei due Paesi. Tra mosse pleateali e manovre dietro le quinte, Gran Bretagna e Olanda hanno tentato di tutto per convincere il gruppo a scegliere la rispettiva capitale come sede.

Il compito di persuasione è stato più semplice per l’Olanda. Il premier Mark Rutte, un ex dipendente di Unilever, ha promesso di ridurre le imposte societarie e ha abolito una tassa sui dividendi. L’amministratore delegato del gruppo Paul Polman e il presidente Marijn Dekkers sono entrambi cittadini olandesi. L’Olanda è e resterà nella Ue.

Per la Gran Bretagna il compito è stato tutto in salita a causa di Brexit. Il ministro del Business Greg Clark è stato «in costante contatto» con i dirigenti di Unilever, promuovendo le attrattive di Londra come centro globale e anche ventilando la possibilità di ulteriori riduzioni delle imposte societarie.

La sede di Unilever a Rotterdam (AFP PHOTO)

Londra non ha ufficialmente gettato la spugna, ma secondo fonti attendibili la premier Theresa May si è ormai rassegnata alla partenza di Unilever. L’impatto negativo è più di immagine che economico – il gruppo manterrà comunque un ufficio e gran parte dei suoi 7.500 dipendenti in Gran Bretagna e forse anche la quotazione alla Borsa di Londra. Il vero timore è che altre imprese seguano l’esempio.

La scelta di Rotterdam, se confermata, sarà inevitabilmente vista come un’implicita condanna di Brexit da parte di una delle maggiori multinazionali europee. La visibilità del gruppo è immensa. Ha una presenza in 90 Paesi e i suoi prodotti, usati ogni giorno da 2,5 miliardi di persone al mondo, comprendono marchi noti a tutti come il tè Lipton, il sapone Dove, il detersivo Cif, il gelato Magnum, il bagnoschiuma Badedas, la maionese Hellmans e il deodorante Lynx.

Polman, come molti altri dirigenti di imprese, era schierato contro Brexit e ha espresso più volte preoccupazione per le conseguenze dell’uscita dalla Ue. Subito dopo il referendum, il Ceo aveva avvertito che l’inevitabile conseguenza del voto sarebbe stata un aumento dei prezzi che si è poi puntualmente verificato a causa dell’indebolimento della sterlina contro l’euro.

La scelta di Unilever tra Rotterdam e Londra viene vista in chiave Brexit, ma in realtà la decisione di semplificare la struttura del gruppo è stata dovuta all’intervento di un colosso americano. Lo scorso anno Kraft Heinz aveva tentato un takeover ostile da 143 miliardi di dollari di Unilever, che Polman aveva categoricamente respinto.

Lo scampato pericolo aveva però fatto riflettere i dirigenti del gruppo, che avevano poi annunciato che per difendersi meglio in futuro e nell’interesse degli azionisti avrebbero riunificato le due società in una, con un solo cda e un unico quartier generale.

Non è stata una scelta affrettata: la doppia struttura resiste dal 1929, eredità della fusione tra la società inglese Lever Brothers e l’olandese Margarine Unie. Negli ultimi anni dell’Ottocento William Lever aveva inventato il sapone Sunlight, un prodotto rivoluzionario che usava olio vegetale invece di grassi animali. Nello stesso periodo in Olanda Jurgens e Van den Bergh avevano iniziato a produrre margarina, nuovo prodotto più a buon mercato del burro. Nel 1927 Jurgens e Van den Bergh si erano uniti creando il gruppo Margarine Unie e due anni dopo una delle fusioni più grandi dell’epoca aveva creato Unilever.

Le radici profonde del gruppo sono quindi in Inghilterra e Olanda, e sia i cittadini britannici che olandesi considerano il gruppo un “national champion”. La questione è più emotiva e simbolica che legata al business. Unilever è una multinazionale e vende il 90% dei suoi prodotti al di fuori dei due Paesi europei.

Una volta deciso di rompere con il passato, il fattore Brexit inevitabilmente è entrato in gioco. Unilever esporta un terzo dei beni prodotti in Gran Bretagna, per un valore intorno a 1 miliardo di euro all’anno, e quindi è preoccupata dal rischio di tariffe e controlli alla frontiera.

Da quando il Governo britannico ha annunciato che intende lasciare anche l’unione doganale dopo Brexit le imprese si domandano quali saranno le conseguenze pratiche. Si prevede che Londra faccia chiarezza nelle prossime settimane, delineando per la prima volta nei dettagli il tipo di rapporti commerciali che intende avere con la Ue dopo Brexit. A quel punto però Unilever avrà già annunciato la propria decisione.

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