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Il debito, le banche e un bilancio comune per rilanciare l’Eurozona

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L'Analisi|BANKITALIA

Il debito, le banche e un bilancio comune per rilanciare l’Eurozona

Le banche italiane l’anno scorso hanno alleggerito i loro portafogli di titoli del debito pubblico per una cinquantina di miliardi (-13,3% su uno stock che a dicembre 2016 era di 383 miliardi). Dal picco del 2015 il decumulo è stato di 120 miliardi, circa un terzo dello stock. La quota sul totale delle attività è calata di quasi un punto percentuale sull’intero sistema (dal 9 al 8%) mentre i gruppi più significativi sono scesi dal 7,4 al 6%; nel 2007 i livelli erano, rispettivamente al 3,6% e al 2,3%. A fine settembre - ultimo dato disponibile - gli investimenti in titoli emessi da altri paesi dell’eurozona (Spagna e Francia in particolare) erano pari a 43 miliardi, cinque in più di un anno prima.

Le strategie messe in campo dalla banche per riqualificare i propri attivi in questo percorso di uscita dalla crisi non prevedono solo lo smaltimento degli Npl, calati in un solo anno del 25,8% (64,4 miliardi a dicembre), circa 24 miliardi e mezzo rispetto al top di sofferenze nette toccato nel novembre 2015 (88,8 miliardi). E nei primi sei mesi di quest’anno dovrebbero essere ceduti altri 25 miliardi.

Gli Npl e il rischio sovrano
I due processi di de-risking vanno letti con le dovute cautele. Innanzitutto perché non sono ancora arrivati a un punto ritenuto sufficiente per parlare di ridotta vulnerabilità del sistema. Ma anche perché il “lato dell’offerta”, ovvero la produzione di nuovo debito pubblico e di nuovi crediti che diventano Npl, si muove diversamente. La ripresa economica sembra aver cominciato a ridurre il flusso di impieghi in bonis alle imprese che si trasformano in sofferenze, come hanno dimostrato gli ultimi dati dell’Outlook Abi-Cerved. Alla fine del 2019, è la previsione, si scenderà al 2,1% annuo, un dato non lontano dall’1,7% del 2008. E flussi di nuovi Npl in arrivo dalla grandi e medie imprese sono dati ancor più in ribasso, attorno allo 0,8 e 1,1%.

Il debito pubblico cresce
Purtroppo sul fronte del debito pubblico le dinamiche sono un po’ diverse. Anche se il rapporto con il Pil sembrerebbe iniziare a piegare, in valori il debito è invece cresciuto di 36,6 miliardi nel 2017. A fine anno eravamo a 2.256,1 miliardi, contro i 2.219,5 del 2016, un dato a sua volta corretto in rialzo di 1 miliardo da Bankitalia nelle più recenti statistiche di finanza pubblica (15 febbraio). Nell’ultimo anno della legislatura il debito è cresciuto a causa di un fabbisogno che ha sfiorato i 52 miliardi e che è stato solo in parte compensato da una riduzione di 13,8 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro le quali, in assenza di operazioni di privatizzazioni significative, hanno raggiunto il minimo da cinque anni (a dicembre erano 29,3 miliardi).

Debito pubblico, la Cenerentola della campagna elettorale

Il de-risking e la riforma dell’eurozona
Lo scorso anno il Comitato di Basilea ha deciso di mantenere lo status quo nella regolamentazione sulla disponibilità di debito sovrano nelle banche con la ponderazione per il rischio a zero su questi titoli. Ma il dibattito in Europa sulla necessità di introdurre disincentivi per nuovi acquisti di titoli pubblici rimane aperto, come dimostra il documento Cepr pubblicato in gennaio a firma di 14 economisti francesi e tedeschi (si veda Il Sole 24 Ore del 18 gennaio), un testo in cui si propone una riforma in sei punti dell’Eurozona che prevede, tra l’altro, di chiudere il circolo vizioso tra banche e titoli sovrani imponendo maggiori accantonamenti e fissando una soglia massima. Nel testo Cepr l’enfasi è particolarmente accentuata sulla riduzione del rischio più che su schemi di condivisione, si pone molta fiducia nella “market discipline” e non si prende in considerazione, neanche in una prospettiva medio-lunga, l’introduzione di un bilancio o di un uno stock di debito comune dell'eurozona. Non solo: si sposa la proposta del Consiglio degli esperti tedesco di introdurre una clausola di ristrutturazione automatica del debito nel caso in cui un paese si rivolga per aiuto all’Esm. Insomma, prima di introdurre meccanismi di condivisione dei rischi bisogna soprattutto ridurre i rischi, dice il documento dei 14 economisti. Entro marzo su questi temi Francia, Germania e Italia dovrebbero trovare una posizione comune. Ma come si muoverà il nostro governo, visto il complesso passaggio elettorale?

La proposta del governatore per un bilancio comune
Nel suo intervento al Forex di Verona, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha chiarito molto bene i termini del problema: la riduzione dei rischi e la condivisione di strumenti di protezione comuni devono procedere di pari passo. Il ragionamento del governatore parte si può riassumere in tre punti. Primo, è semplicistico immaginare che una riduzione dei titoli pubblici nei bilanci delle banche assicuri immediatamente una maggiore stabilità: «Modifiche del trattamento prudenziale dei titoli di Stato detenuti dagli intermediari creditizi (quali la ponderazione per il rischio o l’introduzione di limiti quantitativi), soprattutto se mal disegnate o mal calibrate, rischiano di essere controproducenti» ha affermato Visco. Ricordando che in ogni caso «il nesso tra banche e debitori sovrani non si esaurisce nei rapporti finanziari ma passa, soprattutto, attraverso gli effetti che le une e gli altri esercitano sull’attività economica».

Secondo: posto che in Italia una riduzione del debito/Pil non può essere più rinviata, bisogna anche attivare strumenti di protezione comuni per evitare che una nuova crisi annulli lo sforzo fatto in un singolo Paese. La proposta qui è di attivare a livello europeo alcuni importanti stabilizzatori automatici, affidando sempre all’Unione la responsabilità di programmi per la realizzazione di grandi infrastrutture, la gestione dell’immigrazione o la difesa comune. È una proposta in linea con quella rilanciata qualche giorno fa dal ministro Pier Carlo Padoan, insieme con il collega tedesco delle finanze tedesco, Peter Altmaier, nella discussione sul prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue. Secondo Visco, in particolare, «è tecnicamente possibile introdurre questo “bilancio comune” senza che, come paventato da alcuni, esso si trasformi in una fonte di trasferimenti permanenti a favore dei paesi strutturalmente più indebitati». Anzi, sarebbe «un contributo importante alla riduzione dell’asimmetria di una costruzione in cui la politica monetaria è unica e quella di bilancio frammentata».

I bond europei per ridurre i debiti
L’ultimo punto della riflessione sul futuro dell’Europa del governatore passa per l’accelerazione dei processi di riduzione dei debiti pubblici dei paesi tramite l’emissione di titoli di debito europei finalizzata a ritirare dal mercato, con modalità ben definite e senza trasferimenti di risorse tra paesi, una parte di quelli emessi dagli Stati membri, dando forma a un’unione di bilancio da accompagnare con regole cogenti e poteri di controllo e intervento. «Il nuovo debito comune - ha affermato Visco - potrebbe svolgere quella funzione di “attività sicura” propria dei titoli sovrani nei paesi avanzati dotati di una moneta nazionale, la riduzione dei debiti dei singoli Stati eliminerebbe potenziali fonti di instabilità finanziaria e il rafforzamento della sorveglianza sui conti pubblici che accompagnerebbe l’intervento metterebbe l’area dell’euro al riparo dal rischio di nuovi aumenti di debito pubblico a livello nazionale».

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