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Riders, unitevi! Cosa propongono i partiti ai fattorini della gig…

DA UBER A JUSTEAT

Riders, unitevi! Cosa propongono i partiti ai fattorini della gig economy

Nessuno dei tre gradirà il paragone. Ma Liberi e Uguali, Movimento Cinque Stelle e Pd si somigliano su un punto: sono le tre liste ad aver parlato in maniera più esplicita di gig economy, l'economia dei lavoretti che si regge su prestazioni occasionali, pagate a cottimo e senza vincoli contrattuali. Il modello sposato dai trasporti privati di Uber o dalle consegne di cibo di JustEat, Deliveroo e Foodora, con lo strascico costante di polemiche sulle condizioni dei lavoratori e la «zona grigia» che si viene a creare fra occupazione dipendente e autonoma. Le piattaforme facilitano la domanda e l’offerta di lavoro e garantiscono un reddito integrativo. Ma di fatto mantengono i propri «collaboratori» in un limbo che ha scatenato diverse contestazioni, anche in sede legale.

È la prima volta che il tema affiora in una campagna elettorale in Italia, dopo aver agitato gli animi dei parlamentari del Regno Unito (dove il tribunale del lavoro di Londra ha dato ragione a due driver di Uber che chiedevano di essere riconosciuti come dipendenti) e negli Stati Uniti, mercato che ha fatto da pioniere alle prime forme di organizzazione sindacale della categoria. Liberi e Uguali prevede di fissare qualche paletto in più sul lavoro «delle piattaforme». I Cinque Stelle parlano esplicitamente di gig economy, proponendo un «quadro unitario di norme» a tutela della forza lavoro. Il Pd include fattorini e driver fra i destinatari della sua proposta di salario minimo legale, allargando i margini di tutela ai «giovani che la sera consegnano pizze a 5 euro l’ora».

Le proposte a confronto...
Nel concreto, quali sono le proposte in cantiere? I Cinque Stelle, come scritto sopra, ipotizzano un «quadro normativo unitario» per disciplinare il lavoro veicolato da piattaforme e algoritmi. Il programma non entra nei dettagli, ma la misura prevede «l'applicazione di adeguati standard di protezione sociale e delle condizioni di lavoro, anche con riferimento a informazioni complete su diritti ed obblighi, il corrispondente livello di protezione sociale e sull'identità del datore di lavoro». In altre parole, a quanto si può dedurre, l'introduzione di tutele assicurative e pensionistiche («protezione sociale») accanto a una maggiore trasparenza sulle responsabilità del datore di lavoro («identità del datore di lavoro»). Liberi e Uguali si muove su una linea simile, proponendo di «disciplinare nell'ottica di tutela del lavoratore, le nuove forme di lavoro, come quelle con le piattaforme, per le quali manca un inquadramento giuridico certo, perché stanno potenzialmente a cavallo fra il lavoro subordinato e quello autonomo».

Il Pd propone di ricomprendere il lavoro dei giggers nel perimetro del salario mimimo legale, infliggendo sanzioni a chi si spinge sotto la soglia pattuita: «Con il salario minimo fissato per legge - si legge nel programma - se il salario è sotto il minimo legale, scatta la sanzione». Il controllo dei livelli retributivi dovrebbe bastare, secondo il programma, a snebbiare le opacità contrattuali.  «Oggi un lavoratore sottopagato - si legge nel programma - deve ricorrere al giudice per farsi riconoscere una giusta retribuzione e il giudice deve stabilire qual è il contratto nazionale di riferimento più corretto per il suo lavoro. Con il salario minimo fissato per legge il controllo sarà svolto in via amministrativa».

...e i limiti giuridici
Buona parte degli annunci rischia di cadere nel vuoto normativo che circonda il fenomeno. In assenza di regole certe, le piattaforme possono rivendicare il diritto a cercare e offrire prestazioni occasionali. Ufficialmente il lavoro on demand, come lo chiamano loro, è del tutto tutto accessorio, volontario e privo di obblighi. Semmai, anche per evitare spese di risarcimento, sono le piattaforme stesse che hanno deciso di fornire protezione ai «non dipendenti» reclutati online, coprendoli con soluzioni calibrate su misura per i propri servizi. Uber Eats, costola di Uber dedicata alle consegne di cibo, ha inaugurato a dicembre un pacchetto di polizze con rimborso massimo di 30mila euro in caso di morte. Deliveroo sostiene che i propri rider sono «coperti da due assicurazioni: una che copre danni a sé stessi e responsabilità personali in caso di incidente e un'altra per eventuali danni a terzi». Nel complesso, però, larga parte dei giggers si muove a proprio rischio e pericolo, senza garanzie predefinite. E il fenomeno assume rilievo mano a mano che le richieste di «lavoretti» crescono su scala internazionale.

La già citata Deliveroo ha dichiarato di ricevere oltre 1000 richieste a settimana solo in Italia. In Gran Bretagna, suo Paese natale, i gig workers stimati sono più di un milione, mentre negli Usa alcune ricerche proiettano la categoria a un totale di 4 milioni di unità nel 2017 e almeno 7,7 milioni di unità entro il 2020. Se poi si allargano le maglie al cosiddetto lavoro accessorio, il bacino dei potenziali freelancer si moltiplica di diverse misure. Un report della società di consulenza McKinsey ha rilevato tra Europa e Stati Uniti un esercito di 162 milioni di persone «coinvolte in qualche forma di lavoro indipendente». Ovviamente le norme differiranno a seconda di mercato e diritto del lavoro locale, ma l'incognita di fondo è la stessa: adattare la giurisprudenza a una forma di occupazione che non esisteva prima della disintermediazione digitale. Oggi un lavoro si assegna con un push, una notifica. I diritti, per ora, no.


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