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Ancona-Roma in treno: viaggio nell’Italia a bassissima…

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FERROVIE&PIL

Ancona-Roma in treno: viaggio nell’Italia a bassissima velocità

Ancona (marka)
Ancona (marka)

Il FrecciaRossa 9811 da Milano arriva nella stazione di Ancona poco dopo le 21 di un venerdì sera. Ha 20 minuti di ritardo: «Lo fa sempre, qualche volta anche peggio; ma per le Marche è già una rivoluzione che l'Alta Velocità sia arrivata qui» commenta il dirimpettaio di posto, con pesante accento marchigiano, guardando il monitor del vagone. La coincidenza da prendere, un regionale, è già pronta al binario 2 Est: è il capolinea della ferrovia Roma-Ancona. Partirà alle 21.30: dal tabellone si apprende che è l'ultimo treno della sera per andare dalle Marche e dal Nord Italia verso l'Umbria, la terra di San Francesco d'Assisi. Ma per chi viene dal Nord, con l'unico FrecciaRossa, bisogna aspettare 45 minuti.

È il fine settimana e da quando Trenitalia ha inaugurato il treno veloce, Ancona si è avvicinata tantissimo all'Italia degli affari e delle banche e della finanza. Un potenziale enorme, indirettamente, anche per tutta la fascia appenninica a cavallo tra Umbria e Marche, quella dei terremotati che di rilancio economico hanno disperato bisogno. Centinaia di persone dal ricco (di redditi) Nord potrebbero passare il week end in questa zona d'Italia ricchissima di arte, storia, cucina sana e casereccia: quella qualità della vita che tutto il mondo invidia al paese. Una manna per il turismo, un volano enorme per l'economia e il Pil del paese. Peccato che ci vogliano dalle 5 alle 7 ore, salvo ritardi, per andare da Milano al Centro Italia: lo stesso tempo di New York in aereo.

Il volano non si mette in moto perché, arrivati ad Ancona con l'Alta Velocità, inizia l'Italia a bassissima velocità; o, incredibile a raccontarsi, addirittura quella senza nemmeno i treni. La ferrovia Ancona-Roma mozza il fiato per il paesaggio incantevole che va dal mare, alle soavi colline marchigiane rese immortali da Leopardi; alle gole rocciose dell'Appennino e ai paesini umbri medievali abbarbicati come presepi sulle montagne, fino a immettersi nella valle del «Biondo Tevere» (copyright di Virgilio, duemila anni fa) a nord di Roma. Ma l'incanto finisce qui: la Roma-Ancona è una ferrovia a binario unico e ha la stessa età del paese. È stata inaugurata nel 1866, su un precedente progetto dello Stato della Chiesa e in oltre 150 anni non è stata mai ammodernata.

Si viaggia sullo stesso percorso pensato da Papa Gregorio XVI. Eppure è una direttrice strategica per il paese: unica ferrovia che collega il Tirreno con l'Adriatico settentrionale e taglia il paese da Est a Ovest, attraversando l'ostacolo degli Appennini. Eppure, nessun Governo, dal Dopoguerra a oggi, ha investito una lira (prima) e un euro (poi) per ammodernare la ferrovia. D'altronde, in questa zona d'Italia vivono circa 800mila persone, sparse in decine di piccoli centri storici, su un territorio vasto e montagnoso. Contano poco, in termini di peso specifico, per la politica e negli ultimi anni hanno anche perso peso economico: tra il 25 e il 30% delle famiglie umbre, informa l'Istat, versa in gravi difficoltà economiche e il 70% ha qualche difficoltà. Il benessere è legato a un 5% di popolazione. La spesa media è scesa a 2300 euro al mese; era di 2700 prima della crisi.

Come se già viaggiare su una ferrovia a binario unico non fosse una punizione sufficiente, da Ancona non c'è nemmeno un Frecciabianca che vada a Roma: bisogna prendere un bus e arrivare alla vicina stazione di Falconara Marittima, frazione di Ancona, per trovarne uno al giorno che ferma in poche privilegiate stazioni. L'Italia centrale è servita solo da treni regionali, ancor più lenti del normale perché si sta fermi in delle stazioni sperdute per aspettare l'altro treno che viene in senso opposto. Saliti a bordo, si scopre che il treno ha solo la 2 Classe; non ci sono prese elettriche; il wifi è pura fantascienza. Eppure, anche in tempi di crisi, basterebbe poco per migliorare i collegamenti: «Visto che il treno nasce da Ancona, non potrebbe partire subito dopo il Frecciarossa, senza far aspettare mezz’ora chi viene da Milano?» viene spontaneo chiedere al capotreno, un giovane, uno dei tanti neo-assunti di Trenitalia. «Eh, non decidiamo noi. Scriva un'email» replica con una scrollata di spalle. Alle 21.30 si parte puntuali: il regionale non è qualificato nemmeno come veloce (e infatti impiega un’ora e 10 per coprire appena 87 chilometri chilometri.

Dal finestrino di un vagone deserto, poco prima di arrivare a Fabriano, si vedono dei cantieri. Sono quelli della agognata strada statale SS318 Perugia-Ancona, una quattro corsie che finalmente avvicinerebbe i monti al mare e alle grandi direttrici. E' una delle opere del Quadrilatero Umbria-marche promesso da Silvio Berlusconi nel contratto con gli italiani firmato a Porta a Porta nel 2001. «Aspettiamo da trent'anni la superstrada» racconta il tassista che sosta fuori la stazione di Fabriano, la città che “inventò” la carta in Italia nel XIII secolo. Ricorda come 20 anni fa i tassisti nella città erano tanti, ora sono rimasti meno di una mano. Facevano continuamente la spola con Ancona, ai tempi d'oro della Ariston, quando i tre fratelli Merloni erano una potenza economico-politica e Fabriano la “Elettrodomestici Valley” d'Italia.

Oggi è rimasta solo la Ariston Thermo di Francesco Merloni, lucidissimo ultra 90enne ex ministro del Governo Ciampi, a tenere alta la bandiera. La Indesit del fratello Vittorio è stata venduta da tempo agli americani di Whirlpool, la stessa multinazionale che a Torino vorrebbe licenziare 500 persone alla Embraco. La Antonio Merloni, l'azienda dell'altro fratello, è fallita e si è trascinata dietro anche la CariFac, banca locale che è stata “salvata”, si fa per dire, da Veneto Banca, a sua volta finita in crack l'anno scorso.

Attorno alle industrie Merloni era sorto tutto in indotto di fornitori. Con risulti opposti: Elica, la fabbrica di cappe di Francesco Casoli, imprenditore con una parentesi da senatore di Forza Italia, è oggi l'azienda più florida di Fabriano (da anni è nella Top10 della prestigiosa classifica Best Workplace), ma è anch'essa finita in orbita Whirlpool (che ne ha comprato il 12%). La concorrente Tecnowind è invece fallita pochi giorni fa.

Dopo Fabriano, la stazione successiva è Fossato, si legge sul cartello lungo i binari. Arrivarci alle 22.45 di un venerdì sera di febbraio piacerebbe all'Italo Calvino del “Se una notte d'inverno un viaggiatore): uno sperduto avamposto tra i monti, due binari, una pensilina. La dicitura completa annunciata dall'altoparlante è pero Fossato di Vico-Gubbio perché la minuscola casupola serve anche come unica stazione per la città di Gubbio, a 20 chilometri di distanza. La desolazione è totale: è aperto solo un bar che sembra uscito dagli Anni 60, unica espressione di socialità nel raggio di chilometri. Funziona anche da biglietteria: «C'era anni fa - ricorda il barista - poi le Ferrovie hanno deciso di chiuderla». Nella sala da attesa, rimpicciolita per far posto alla sala videolotteries del bar, c'è un vecchio poster della Ferrovia Fossato-Arezzo. Non esiste più nemmeno quella: è stata smantellata nel Dopoguerra.

Se Sondrio è la città più disconnessa d'Italia, in questa zona a cavallo di Umbria e Marche le cose vanno anche peggio: le ferrovie non esistono nemmeno. Nell'Anno Domini 2018, mentre Elon Musk progetta treni supersonici a onde gravitazionali, in città non proprio sconosciute come Gubbio e Urbino, la gente non conosce ancora i benefici del treno. Da Urbino, gioiello rinascimentale incastonato tra i monti dove nacque Raffaello, la stazione ferroviaria più vicina è a 72 chilometri, quella di Fossato di Vico appunto, per chi deve andare a Roma. Se invece si viena dal Nord il posto più vicino è Fano, che sono comunque 45 chilometri, serviti però qui da una superstrada a 4 corsie. Anche qui c'era una ferrovia una volta, che collegava Urbino con Pesaro.

“In una regione già è penalizzata da infrastrutture obsolete, sarebbe da paese civile avere dei treni moderni e con più frequenza per accogliere i turisti e far muovere i pendolari”

Zefferino Monini 

È rimasta in vita fino agli anni 80. Se un turista straniero volesse andare a visitare i luoghi di Raffaello, o la città del Lupo di San Francesco, in treno non potrebbe mai arrivarci. Già sarebbe un passo avanti enorme avere una ferrovia normale a doppio binario. Del raddoppio della Roma – Ancona si parla da decenni: Cesare Fausto Ragni, titolare dell'unica libreria di Gubbio, tira fuori un articolo di giornale. È il Corriere dell'Umbria, datato Luglio 1992: si dice che il raddoppio della linea ferroviaria si farà. Dopo 26 anni, ancora nulla. Più a sud, lungo Roma-Ancona, si arriva a Spoleto, ducato longobardo nel Medio Evo. Ogni anno arrivano centinaia di americani per assistere al Festival dei Due Mondi, ma nemmeno questo serve ad avere treni da paese occidentale. Eppure Spoleto serve anche come stazione per Cascia e Norcia, altre città simbolo della cristianità ugualmente senza ferrovie: ora nella città esultano perché sono riuscita a ottenere che l'unico FrecciaBianca faccia una fermata.

Nel deserto delle infrastrutture, anche una goccia d'acqua sembra il Nilo. «Raddoppiare una linea ferroviaria in queste zone impervie non è facile, richiede ingenti investimenti. Ma in una regione già è penalizzata da infrastrutture obsolete, sarebbe da paese civile avere almeno dei treni moderni e con più frequenza per accogliere i turisti e far muovere i pendolari» polemizza garbato Zefferino Monini, patron del famoso olio. C'è il sapore della beffa: «Eppure si potrebbero migliorare i collegamenti a costo zero. Un esempio: far fermare i Frecciarossa a Orte, lo snodo del centro Italia. È già tutto pronto: si perderebbero solo 8 minuti, ma un bacino di 500mila persone da Spoleto a Terni a Rieti potrebbe agganciarsi all'Alta Velocità Roma Milano». Ma non se fa nulla.
Due anni fa un Matteo Renzi all apice della popolarità come premier, andò a Nocera Umbra a tagliare il nastro di un nuovo tratto della Perugia-Ancona che ha sbloccato un po l'isolamento. Manca, però, ancora, tutto il tratto appenninico, il più impegnativo: forse sarà finito nel 2020. Il condizionale, nelle opere pubbliche in Italia, è quantomai d'obblgo.

«La superstrada è una grande boccata d'ossigeno, ma sarebbe servita 20 anni fa quando le strade statali erano piene di camion che intasavano il traffico, uccidevano la gente e si perdevano punti di Pil per colpa delle infrastrutture inadeguate» osserva Filippo Mario Stirati, professore di greco al liceo di Gubbio, ora sindaco della città. Altra beffa: «Adesso che iniziamo ad avere una viabilità moderna, c'è il problema di dover risollevare tutta l'economia locale, messa in ginocchio dalla crisi». Poco fuori il bellissimo centro storico di Gubbio, si incontra il Park Hotel Ai Cappuccini. È un resort di lusso ricavato da un ex convento di frati e circondato da un oliveto, con tutti i comfort per attrarre un turismo d'élite e ricco: spa, piscina, chef stellato e pure il dietologo dei vip Marc Messeguè. Un paradiso per chi, nel fine settimana, vuol fuggire dallo stress delle metropoli. Già, ma come arrivarci senza un auto?

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