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Pari opportunità, perché serve un ministero

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8 marzo

Pari opportunità, perché serve un ministero

L’Italia ha archiviato il 2017 con una crescita del prodotto interno lordo dell’1,5 per cento. E se fosse invece il 7 per cento. Come? Se l’occupazione femminile, oggi al 49,3% (record storico per il Paese) salisse al 60%, come la media Europea, il Pil italiano crescerebbe del 7%. Nel nostro Paese continua a lavorare solo una donna su due, con un divario importante tra Nord e Sud: nel primo caso sono occupate sette donne su 10, nel secondo solo tre su dieci. La formula magica per sanare una situazione, che non vede segni di discontinuità, non esiste. È necessaria innanzitutto la volontà politica ad affrontare il problema e l’elaborazione di un piano strategico integrato che tenga insieme tutti quegli interventi tampone, e a volta maldestri, che sono stati tentati negli anni. A cominciare dall’istruzione, dove il Paese rimane ancora maglia nera per gli investimenti con il risultato di avere pochi laureati (siamo ai livelli più bassi d’Europa) e tanti Neet, vale a dire giovani che non studiano, non lavorano e non sono in cerca. Investire nell’istruzione vuol dire costruire il percorso per le competenze che serviranno al mondo del lavoro del futuro, sia per le ragazze sia per i ragazzi. Vuol dire, inoltre, investire nel promuovere un cambiamento culturale che ci porti al di là degli stereotipi di genere e a una condivisione dei lavori di cura, ad oggi prevalentemente sulle spalle delle donne.

Dalla scuola al lavoro: è necessaria una riforma dei congedi per i genitori in modo che le assenze dal lavoro non pesino in particolar modo sulle mamme, tanto da allontanarle dal mondo del lavoro. Un tentativo, che definire timido è un eufemismo, di rivedere il congedo di paternità c’è stato nell’ultima legislatura, con il passaggio da 2 a 4 giorni alla nascita o all’adozione del bambino. Sarebbero invece necessari almeno 15 giorni per “forzare” un cambiamento culturale.

Ma se in Italia le single o le sposate senza figlie hanno percentuali di occupazione più alte di un terzo rispetto alle donne con figli, non basta rivedere i congedi. È necessario, come d’altra parte indicato anche dall’Ocse, assicurare la disponibilità e l’accessibilità, e a costi contenuti, delle strutture per la prima infanzia e di assistenza per gli anziani. A questo si aggiunga un organizzazione del lavoro che assicuri maggiore flessibilità nei tempi e nei luoghi, nella direzione in cui si è mossa la legge sullo smartworking.

E gli incentivi o gli sgravi fiscali? Interventi a pioggia o indiscriminati hanno dimostrato di non essere efficaci. Occorre riuscire a individuare target mirati per poter essere incisivi: donne con figli oltre i 40 anni e fuori dal mondo del lavoro, startupper, libere professioniste, imprenditrici e così via. Tutto però in un intervento coordinato.

Per mettere in fila tutto questo, però, non basta un Dipartimento delle Pari Opportunità, come nell’ultima legislatura. È necessario un ministro delle Pari Opportunità, che possa lavorare attraverso il proprio ufficio di gabinetto e il proprio ufficio legislativo in coordinamento con gli altri ministeri a partire da quello dell’Economia. Le Pari Opportunità non possono essere la Cenerentola dei governi e se vogliamo farle sedere in consiglio dei ministri e le vogliamo far partecipare ai tavoli delle decisioni politiche, un ministero è l’unica scelta possibile. E ci qualificherebbe fra i Paesi civili.

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