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La Consulta elegge Giorgio Lattanzi nuovo presidente

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La Consulta elegge Giorgio Lattanzi nuovo presidente

È Giorgio Lattanzi il nuovo presidente della Corte costituzionale, eletto con 12 voti a favore ed una scheda bianca, assente Giuliano Amato per impegni all’estero. Sono stati nominati vicepresidenti i giudici Aldo Carosi e Marta Cartabia e Mario Morelli vicepresidenti. L’elezione di Lattanzi arriva a pochi giorni dalla fine del mandato dell'ex presidente Paolo Grossi (al vertice dal febbraio 2016) al termine dei nove anni previsti dalla legge.

La carriera di Lattanzi tra via Arenula e Cassazione
Nato a Roma nel 1939, Lattanzi è stato Presidente di Sezione della Corte di cassazione fino al 2010, dove è entrato nel 1985. Nel 2010 è stato eletto giudice della Corte costituzionale, nel 2014 è stato nominato Vicepresidente della Consulta e nel 2016 Vicepresidente vicario. Numerosi gli incarichi ricoperti fra cui quello di direttore degli Affari generali penali del ministero della Giustizia. È stato docente universitario presso la Luiss. Esperto di diritto e procedura penale, ha redatto numerosi libri in materia. Cavaliere di Gran Croce ordine al merito della Repubblica italiana (2011).

Rinviata l’ipotesi di una presidenza “rosa”
L’elezione di Lattanzi rinvia al futuro l’arrivo di una donna al vertice della Consulta. Archiviate le elezioni Politiche, mai come quest'anno, ad oltre vent'anni dall'ingresso della prima giudice-donna al palazzo della Consulta (Fernanda Contri, 1996) l’obiettivo di un riequilibrio di genere per questo ruolo, sempre affidato a uomini, sembrava a portata di mano. Attualmente, le giudici donna in carica sono Daria De Petris, Silvana Sciarra e Marta Cartabia (20% del collegio), cinque in tutto dal 1956 rispetto a 105 uomini (4,5%). E proprio Cartabia, sarebbe stata in lizza, insieme al giudice Lattanzi, per sostituire il presidente Grossi.

L’ipotesi presidenza “lunga”
Cartabia, con un profilo internazionale per studi e pubblicazioni, già professore ordinario di diritto costituzionale all'Università degli Studi di Milano-Bicocca, è giudice costituzionale da settembre 2011 (per nomina del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e vicepresidente della Consulta dal novembre 2014. A sostenere la sua candidatura, secondo alcune indiscrezioni, sarebbero stati soprattutto i componenti più “innovativi” del collegio provenienti dal mondo accademico, “guidati” da Giuliano Amato. Se eletta, sarebbe stata la prima donna a presidente nella storia della la Corte, e resterebbe in carica quasi tre anni.

Collegio incompleto
Sempre oggi, ma al Quirinale, era in programma la convalida dei titoli e il giuramento davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (anche lui alla Consulta tra il 2011 e il 2015) della new entry della Corte, il giudice Francesco Viganò, docente alla Bocconi di Diritto penale nominato dallo stesso Mattarella il 24 febbraio scorso. Con lui il collegio è salito a 14 componenti, ma resta sempre sotto di un'unità, visto che il Parlamento dopo oltre un anno non è ancora riuscito a indicare un giudice in sostituzione del penalista Giuseppe Frigo, che si dimise il 7 novembre 2016. L'altro giudice entrato di recente alla Corte è Giovanni Amoroso, già presidente della sezione Lavoro e componente delle Sezioni Unite civili della Cassazione, eletto dai colleghi della Suprema corte nell'ottobre scorso in sostituzione del giudice Alessandro Criscuolo, il cui mandato era in scadenza.

Il giuramento del nuovo Giudice della Consulta Francesco Viganò

La censura all’inerzia del Parlamento
Considerato un quorum strutturale di undici giudici e un quorum funzionale dato dalla maggioranza dei votanti (in caso di parità prevale il voto del presidente) l'incompletezza del collegio per tutto il 2017 è stato uno dei passaggi chiave dell'ultima relazione annuale del presidente Grossi, presentata a febbraio. La mancata nomina del quindicesimo giudice, si legge nel documento, costituisce una circostanza «la quale, ben al di là degli ambiti della correttezza costituzionale o di quelli di un rapporto, doverosamente leale, fra le istituzioni, nell'interesse della Repubblica e di tutti i suoi componenti, incide sul concreto assetto di un organo che concepisce e svolge la propria attività secondo un modulo autenticamente collegiale, il quale non può non risultare vulnerato quando, in un modo o nell'altro, se ne limiti l'effettività». Nel linguaggio prudente della Corte, l'ennesima bacchetta ad un Parlamento incapace di trovare un accordo su una nomina rilevante.

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