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Cure per la cronicità, Italia in ritardo

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L’attuazione sarebbe una spending review

Cure per la cronicità, Italia in ritardo

Il Piano nazionale cronicità, varato un anno e mezzo fa come una cassetta degli attrezzi per la long term care, è stato recepito solo in cinque regioni. In tutte le altre, a parte pochi cantieri aperti, le cure “fuori dall'ospedale” sono quasi tutte da organizzare, con difformità inaccettabili nell'accesso alle prestazioni: in Puglia ci sono sei centri diurni per l'autismo contro i 309 del Veneto, nelle regioni in piano di rientro per contenere i costi si chiudono i centri per l'Azheimer, il Fascicolo sanitario elettronico è stato avviato solo in 16 regioni e le cure domiciliari coprono solo il 12,2% dei cittadini.

L’attuazione del piano sarebbe una spending review
Eppure, se si considera che la spesa a livello Ue per le malattie croniche è pari a 700 miliardi di euro l'anno e che in Italia i malati cronici sono 24 milioni, l'attuazione concreta del Piano nazionale cronicità sarebbe la vera “spending review della sanità”. A fare il punto questa mattina a Roma un seminario organizzato dal Tdm-Cittadinanzattiva, che ha lanciato una proposta per accelerare l'applicazione omogenea del piano. «Chiediamo al ministero della Salute – dichiara il coordinatore nazionale Tonino Aceti - che il recepimento e l'attuazione del Piano da parte delle Regioni sia riconosciuto come vero e proprio “adempimento Lea (Livelli essenziali di assistenza ndr)”, oggetto di verifica da parte del Comitato nazionale e come indicatore da introdurre e verificare nel nuovo “Sistema nazionale di garanzia dei Lea”, ancora non attivo». E per dare gambe al Piano cronicità, continua Aceti «sarebbe necessario dare una svolta anche all'informatizzazione del Sistema sanitario nazionale. A partire dall'attuazione del Pon Gov Cronicità 2017-23 per l'Ict, un progetto che vale 21,15 milioni di euro, che non sembra ancora essere partito».

Gli adempimenti lea vincolati ad alcune risorse
Un'idea subito accolta dal direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, Andrea Urbani. «La proposta di Tdm-Cittadinanzattiva di inserire il recepimento del Piano nazionale cronicità tra gli indicatori da considerare ai fini degli adempimenti della griglia Lea è condivisibile e andrà portata all'esame della Cabina di regia, dove siedono gli stessi attori del Comitato Lea. Ricordiamo che agli adempimenti Lea sono vincolate alcune risorse, dall'1 al 3 per cento del Fondo sanitario nazionale, che vengono erogate solo nel momento in cui le regioni dimostrano di essere in regola con certi indicatori Lea che riteniamo importanti. È un ottimo suggerimento».

Monitoraggio tecnico al ministero
Intanto procede il monitoraggio tecnico del ministero. «Da domani partiranno le note alle regioni - continua Urbani - per verificare lo stato di attuazione reale e non formale del piano, mappando una serie di indicatori: il livello di stratificazione della popolazione, l'integrazione tra assistenza ospedaliera e territoriale e il livello di adozione e attuazione dei percorsi diagnostico-terapeutici. Tutte informazioni che ci saranno utili in cabina di regia per decidere le azioni successive».

Cure sul territorio viaggiano al rallenti
Dalla prima fotografia scattata da Tdm-Cittadinanzattiva, le cure sul territorio viaggiano al ralenti. L'insediamento della Cabina di Regia, con il compito di guidare e monitorare l'attuazione del Piano è avvenuto il 24 gennaio 2018 e le regioni che lo hanno recepito con proprio atto sono solo cinque (Umbria, Puglia, Lazio da pochi giorni, Emilia Romagna, Marche) . Lavori a buon punto in poche altre realtà: la Toscana con la Delibera n. 545/2017, che tra le premesse cita il Piano nazionale, sta lavorando a «Idea: Incontri di educazione all'autogestione delle malattie croniche. Approvazione e destinazione risorse»; il Piemonte ha un iter approvativo ancora in corso; la Lombardia ha un suo «Piano Regionale della Cronicità e Fragilità» e successivi provvedimenti attuativi. Eppure l'impatto del Piano sarebbe ad ampio spettro. «L'attuazione sostanziale del Piano - continua Aceti - in tutte le Regioni rappresenta un eccezionale strumento per ridurre le disuguaglianze nell'accesso alle cure da parte dei cittadini, per garantire effettività ai Livelli essenziali di assistenza e per contribuire alla sostenibilità del Ssn mediante l'innovazione organizzativa che questo introduce». Tra i pilastri che reggono l'impianto, la rivoluzione digitale dell'e-health, ancora da costruire e consolidare.

Fascicolo sanitario elettronico, realtà per pochi
Sono infatti 16 le regioni, oltre alla Provincia Autonoma di Bolzano, che stanno lavorando all'implementazione del Fascicolo sanitario elettronico (Fse), ma solo 11 aderiscono all'interoperabilità, stando agli aggiornamenti della Agenzia per l'Italia Digitale, riportati da Cittadinanzattiva. Ad oggi sono stati attivati circa 11 milioni e mezzo di fascicoli. Le Regioni che ne hanno attivato di più sono: P.A. Trento, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Valle d'Aosta. Molto più a rilento Emilia Romagna e Veneto.

Digitalizzazione è pre-requisito
La digitalizzazione è un pre-requisito. Senza informatizzare l'assistenza sanitaria non si può infatti concretamente realizzare la presa in carico delle cronicità previsto dal Piano nazionale. Che punta tra l'altro sull'integrazione in rete delle strutture per assicurare la continuità assistenziale ospedale-territorio (che presuppone un continuo scambio di dati e informazioni sul paziente) e sulle cure domiciliari, basata su un ampio utilizzo della telemedicina per il monitoraggio del paziente da remoto. Opzioni ancora agli albori in Italia, che si colloca in basso nella classifica europea delle cure a casa, con solo il 12,2% dei cittadini coperti dal servizio (la media Ue è del 20% e il Lussemburgo in testa vanta una copertura di oltre l'88%) .

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Finanziamentiper l’Ict rimasti al palo
I finanziamenti per l'Ict sono rimasti finora al palo (anche per la tipica burocrazia italica), compresi i 21 mln del Pon Gov, ma potrebbe esserci a breve una svolta. Almeno così assicura il Dg Urbani: «Ieri ero all'Agenzia per la coesione, insieme con la Funzione pubblica - racconta - e dopo sette mesi che cerchiamo di sbloccare il Pon-Gov, ce n'è sempre una. Inizialmente avevamo pensato allo strumento contrattuale, ma la Corte dei Conti giustamente lo ha bocciato. Quindi siamo ripartiti con procedure trasparenti e convenzioni Consip. Abbiamo ridefinito i progetti ma con le nuove procedure Anac diventa difficile anche lavorare con le professionalità presenti nelle amministrazioni pubbliche, senza ricorrere a consulenti esterni. Ora abbiamo finalmente trovato la quadra e abbiamo rimandato tutto il dossier alla Funzione pubblica per l'approvazione definitiva e mi auguro che nel giro di un mese e mezzo finalmente possiamo partire. Dico questo perché devono essere di dominio pubblico le difficoltà operative che schiacciano il Paese. Abbiamo un sistema di regole che forse è stato utile in passato ma che ora sta ingessando il sistema».

Poca prevenzione e difformità dei servizi
Insomma tra lentezze, ostacoli burocratici e mancanza di risorse, le cure sul territorio restano fanalino di coda, con tante lacune da colmare. «Si fa poca prevenzione e troppa medicina di attesa, che delega all'iniziativa del paziente l'attivazione del percorso di cura - continua Aceti - e permangono disuguaglianze nell'accesso. L'Accordo collettivo nazionale per medici di medicina generale e pediatri di libera scelta è fermo da circa 10 anni. C'è un'ampia difformità nei servizi sul territorio tra le regioni, con le residenze per gli anziani presenti in numero sufficiente solo in tre regioni, Veneto, Piemonte e Toscana e il deserto nelle altre. Con sei centri diurni per l'autismo in Puglia e 309 nel Veneto. Con le regioni in piano di rientro che chiudono i centri per l'Alzheimer». E con un Sud che resta indietro anche sul fronte dei Percorsi diagnostico terapeutici (Pdta): secondo il monitoraggio Core Pdta Lab, i numeri su patologie a forte impatto (in tutto 155) sono di gran lunga inferiori nelle regioni meridionali (a eccezione dei 12 della Basilicata) e per le patologie rare (144 Pdta totali) il sud è completamente in bianco. Ed è a secco in molte aree anche la spesa sociale, gestita dai comuni, pari a 6,93 miliardi euro (lo 0,42% del Pil nazionale). Un capitolo di spesa invariato dal 2013 al 2015 con un valore pro capite di 114 euro e notevoli differenze territoriali: dai 508 euro per abitante della Provincia autonoma di Bolzano ai 21 euro della Calabria.

Le proposte
Tra le proposte del Tdm-Cittadinanzattiva per invertire la rotta, oltre a una piena e tempestiva attuazione del Piano nazionale cronicità in tutte le Regioni, «incrociare e garantire coerenza tra il piano, nuovi contratti del personale dipendente, nuovo Acn Mmg-Pls, nuova convenzione delle farmacie, farmacie dei servizi, attuazione dei nuovi Lea». Spazio al rafforzamento delle strategie e politiche su Pdta con un efficace coordinamento nazionale. Un maggiore protagonismo delle associazioni civiche nel ciclo delle politiche sanitarie pubbliche di livello regionale. E infine uno «spostamento reale del baricentro Ssn dall'ospedale al territorio attraverso una mappatura dei fabbisogni, investimenti reali, valutazione delle performance (anche civica) dei servizi territoriali. Un Dm 70 dell'assistenza sanitaria territoriale».

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