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Nibali, capolavoro di fantasia per la vittoria più bella nella…

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MILANO-SANREMO

Nibali, capolavoro di fantasia per la vittoria più bella nella Milano-Sanremo

(Ansa)
(Ansa)

È la vittoria più bella perché non te l'aspetti. Un colpo da fuoriclasse che lascia senza fiato per l'emozione. Un capolavoro di fantasia che resterà nella piccola grande storia del ciclismo. Lui stesso, prima di alzare le braccia, cinquanta metri prima, si guarda bene indietro per gustarsi questo straordinario momento che rimarrà come una delle perle più preziose della sua straordinaria carriera.
Vincenzo Nibali, 33 anni, detto lo Squalo di Messina, riesce a fare una cosa che ormai da un bel pezzo non si vedeva alla Sanremo, corsa ormai diventata terra di conquista per sprinter, o comunque per chi emerge sgomitando dal mucchio selvaggio della volata.

No, questa volta, niente volata. Niente colpo di reni al fotofinish. Nello stupore generale, quando ormai stanno per entrare in scena i predestinati al successo come Peter Sagan o Michal Kwiatowski, Nibali prende il volo sul Poggio, nel punto più morbido della salita, a circa 6 chilometri dal traguardo.
È un attimo: quell'attimo che solo i grandi campioni sanno cogliere approfittando dell'esitazione degli altri big che si marcano stretti prima del gran finale.
Invece, questo matto di Nibali, se ne va da solo. Come se una vocina dentro gli dicesse di fregarsene delle tattiche, della paura di non farcela, del buon senso, di una tradizione che sembra pedalarci contro dal 2006, ultima vittoria di un italiano (Filippo Pozzato) e che ormai premia solo questi gigantoni stranieri dai nomi spesso impronunciabili.
«Sì, io stesso mi sono sorpreso» dice Vincenzo quasi commosso. «Non sono un velocista e non speravo di vincere. Ho dato un cambio sul Poggio e all'improvviso mi sono trovato da solo. Mi sentivo bene e mi sono detto: proviamoci. Ho insistito nel tratto più duro e poi sono andato a tutta in discesa.

Il momento più difficile è stato negli ultimi due chilometri di pianura. Sapevo d'avere un piccolo vantaggio. Ho messo giù la testa e non mi son più voltato fino a quando non sono stato sicuro di vincere. Sono felice, ho fatto qualcosa che mi voglio gustare e che resterà nella storia del ciclismo…».

Ma che bel finale questa Milano-Sanremo. Inaspettato. Emozionante. Da incorniciare. Degno di una corsa come la Sanremo che ha lunga tradizione alle spalle. Con Nibali, che nel suo palmares, può vantare due Giri d'Italia, un Tour de France e una Vuelta, oltre a un Giro di Lombardia e a due campionati italiani, con Nibali, dicevamo, sembrava che pedalassero i grandi campioni del passato, finalmente soddisfatti che la classica delle classiche, non una corsa qualunque, fosse dominata da uno di loro, uno che non ha paura di mettersi in gioco, e di uscire dai binari di un ciclismo ormai sempre più standardizzato e robotizzato.

«La vita è cosi» dice con un filo di voce Nibali mentre i tifosi lo chiamano a squarciagola per nome. «Certe volte va tutto bene. Sono contento perché questa vittoria è arrivata senza pensarci. E quindi è ancora più bella».
Una vittoria che entra nella leggenda, quasi una ribellione a un sport che sembra, con i suoi computer, le sue tabelle, i suoi percorsi programmati, aver perso la sua componente più sana e bella: quella dell'improvvisazione, del coraggio, del gesto folle del campione che poi tanto folle non è.

Lo si vede nei due chilometri finali. Quando dietro si scatena la caccia selvaggia. Il più testardo è un altro italiano, Matteo Trentin. Poi i treni dei velocisti che vogliono risucchiare Nibali come un' aspirapolvere. Ma Vincenzo ce la fa togliendosi anche il gusto di alzare le braccia. Secondo Calend Ewan, terzo il francese Arnaud Demare, vincitore dell'edizione 2016. Il grande favorito, il campione iridato Peter Sagan, è solo sesto. Anche questa volta la Sanremo gli è sfuggita. Ma ha solo 27 anni, e prima o poi ce la farà.

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