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I nuovi modelli di successo per le Pmi

l’analisi

I nuovi modelli di successo per le Pmi

(Fotogramma)
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Mentre non è dato prevedere se e come verranno sciolti i complessi nodi politici per la formazione di un nuovo governo, fortunatamente il sistema economico è uscito infine dal tunnel di una lunga recessione. E ciò sta avvenendo grazie anche all’opera di tante piccole e medie imprese che hanno ripreso a correre. Già in passato, in altre stagioni politiche difficili e controverse, uno stuolo di minuscole aziende, di impianto famigliare e con a capo titolari provenienti per lo più dai ceti popolari, hanno concorso a tenere a galla la nostra industria manifatturiera, puntando i piedi e adoprandosi per impedirne la deriva quando quelle di maggior stazza e appartenenti alle principali dinastie imprenditoriali si trovavano con l’acqua alla gola o alle prese con ardui processi di ristrutturazione.

Oggi, come sappiamo, molte cose sono cambiate da quando bastavano il “saper fare”, un certo talento e bagaglio di cognizioni pratiche, unitamente a una gran voglia di autorealizzazione personale, per avviare o per assecondare le fortune di numerose Pmi.

In seguito a una globalizzazione senza più confini e ai contraccolpi della crisi finanziaria esplosa nel 2008, oltre che per gli effetti della quarta rivoluzione industriale, sono mutati radicalmente il contesto concorrenziale, i modi di produrre e lavorare, le prospettive di sviluppo dell’economia e le dinamiche sociali.

Attualmente, a operare in sintonia con le cruciali trasformazioni in corso su più versanti risultano in complesso, nel nostro Paese, il 20 per cento delle imprese, in quanto sono in grado di competere con successo sui mercati internazionali, detengono la quota più alta delle esportazioni e producono un maggior valore aggiunto.

Ma alcune significative novità in tal senso stanno adesso manifestandosi anche nell’ambito del massiccio agglomerato (pari al 60 per cento del totale) di aziende rimaste finora a metà strada fra quelle del gruppo di testa e quelle di coda che sopravvivono in condizioni stentate ed estremamente incerte.

A sospingere diverse imprese del grosso plotone intermedio dell’universo produttivo italiano (giunto frattanto a comprendere pressoché tutte le sue diverse componenti nel Nord e nel Centro della penisola, oltre ad alcune enclave nel Sud), verso un “salto di qualità” e un modello d’impresa più competitivo sono, a seconda dei casi, una serie di particolari innovazioni e soluzioni operative sul piano progettuale, gestionale e commerciale.

Se in passato facevano aggio soprattutto un ampliamento delle dimensioni aziendali e un consolidamento dei rapporti col territorio, adesso i fattori evolutivi e premianti sono altri anche per aziende con poco più di una decina di dipendenti: da un apporto di specifiche competenze manageriali, ad appropriate iniziative volte alla formazione del capitale umano; dalla realizzazione di catene di valore mediante un’integrazione fra singole specializzazioni nell’ambito di certe filiere produttive, all’introduzione delle tecnologie digitali; da un modo più differenziato di affacciarsi o di rafforzarsi in alcune nicchie di mercato, all’accesso a fonti di finanziamento alternative a quelle bancarie tradizionali; dall’aggancio a determinati canali del sistema distributivo, a un utilizzo sagace degli strumenti comunicativi e pubblicitari.

Rimane tuttavia pur sempre essenziale il ruolo di politiche pubbliche che valgano a incentivare le attitudini e le tendenze delle aziende orientate all’adozione di strategie più efficaci e redditive e ad accelerare il loro cambio di passo.

A tal fine occorrono infatti adeguati provvedimenti legislativi che contribuiscano ad accrescere il patrimonio di nuove competenze professionali e agevolino gli investimenti infrastrutturali, che riducano il cuneo fiscale su imprese e lavoro, e, non certo da ultimo, mirino a scongiurare il pericolo di una persistente polarizzazione fra il Centro-Nord e il Mezzogiorno del Paese.

In questo momento non c’è quindi in ballo solo una questione politica di governabilità, ma anche di governance economica. Anzi, fra l’una e l’altra esiste un rapporto di stretta correlazione per via di un insieme di compatibilità e interconnessioni che hanno inoltre a che fare con i nostri impegni in sede comunitaria (a cominciare dalla sostenibilità del debito pubblico) e con le nuove direttrici di marcia della Comunità europea.

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