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M5S, dopo Dessì altri 8 eletti sperano nel «perdono»

i sospesi attendono il verdetto dei probiviri

M5S, dopo Dessì altri 8 eletti sperano nel «perdono»

Con l’ammissione al gruppo M5S in Senato di Emanuele Dessì, il candidato fotografato in palestra con un esponente del clan Spada, che su Facebook si vantava di picchiare rumeni e che era stato scoperto a vivere in una casa del comune per meno di 8 euro al mese, sono in otto gli altri eletti che confidano nel “perdono”. Con una differenza: Dessì non era stato sospeso, perché non aveva commesso alcun illecito. Gli era stato soltanto chiesto l’impegno a firmare il famoso modulo di rinuncia alla candidatura. Gli altri, invece, sono stati formalmente sospesi e deferiti ai probiviri Nunzia Catalfo, Paola Carinelli e Riccardo Fraccaro, che dall’avvio del procedimento disciplinare hanno 90 giorni di tempo per decidere sulla loro sorte.

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Chi si avvia a una probabile risoluzione positiva del caso è Giulia Sarti: capolista a Rimini per la Camera, aveva reagito alla contestazione di un ammanco di 23mila euro nelle restituzioni denunciando il suo ex compagno e si era autosospesa dal M5S. Ha però partecipato all’assemblea dei neoeletti all’Hotel Parco dei Principi e in quell’occasione ha confermato di essere stata riammessa. Con riserva. Ieri, alla prima riunione dei 227 neodeputati a Montecitorio ha ribadito di essere in attesa di una decisione dei probiviri.

Spariti invece dai radar gli altri eletti che erano stati espulsi per la “rimborsopoli” che ha travolto il M5S nell’ultimo scorcio di campagna elettorale. In Senato il capolista in Piemonte Carlo Martelli ha soltanto fatto sapere che «si prenderà del tempo» per capire se dimettersi o meno. Il collega leccese Maurizio Buccarella, riconfermato, sta alla finestra: confida che possa essere perdonato e in ogni caso non ha dubbi sul suo supporto al Movimento, anche se dovesse essere costretto a restare al Misto. Alla Camera Silvia Benedetti, eletta a Padova, è letteralmente scomparsa: non ha partecipato ad alcuna riunione e i suoi profili social sono fermi a quel fatidico 14 febbraio in cui ammise «errori nelle rendicontazioni». Silente anche Andrea Cecconi, capolista a Pesaro dove ha trionfato sul ministro dell’Interno Marco Minniti, forse il caso più clamoroso per la sua vicinanza a Luigi Di Maio.

Ci sono poi gli eletti che erano stati allontanati dal Movimento perché coinvolti in guai giudiziari. Il più celebre è Salvatore Caiata, il patron del Potenza Calcio indagato a Siena per riciclaggio: è stato eletto nel collegio uninominale di Potenza-Lauria. Non ha potuto registrarsi nel gruppo M5S, ma si è detto «fiducioso» in un reintegro, assicurando in ogni caso pieno sostegno ai Cinque Stelle. Sia per il voto sul presidente della Camera sia in caso di eventuale fiducia per un futuro governo. Il neodeputato Antonio Tasso, anche lui campione di voti a Foggia per Montecitorio ed espulso per una condanna in primo grado (poi prescritta) ricevuta nel 2007 per masterizzazione illegale di cd, ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di dimettersi.

Infine, sempre a Montecitorio, c’è il massone “in sonno, l’avvocato campano Catello Vitiello. Era stato il più esplicito nel rigettare qualunque ipotesi di dimissioni nel caso in cui fosse stato eletto. Ma pure nel lodare il M5S sempre e comunque. In fondo si tratta di otto parlamentari, otto voti che è meglio non consegnare a potenziali avversari: di questi tempi, i numeri fanno gola anche quando sono piccoli. E con il capo cosparso di cenere e gli opportuni ravvedimenti - i furbetti hanno d’altronde restituito subito il dovuto - i probiviri potrebbero scegliere la via della sanatoria. Se non proprio di tutti, almeno di alcuni.

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