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Esordio al buio per il nuovo Parlamento. Scintille Fi-M5S, Salvini…

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al via le votazioni per eleggere i presidenti

Esordio al buio per il nuovo Parlamento. Scintille Fi-M5S, Salvini media

L’unica certezza è che oggi le prime sedute del nuovo Parlamento convocate per eleggere i presidenti dei due rami si apriranno all’insegna di una pioggia di schede bianche e del muro contro muro tra Forza Italia e M5S. Inasprito dalla girandola di veti e controveti fioccati ieri: quello di Luigi Di Maio a incontrare Silvio Berlusconi e a sostenere Paolo Romani al Senato, perché condannato, e quello dell’ex Cavaliere a cedere sulla candidatura del suo capogruppo. Con Matteo Salvini nel ruolo inedito di mediatore, che garantisce il voto compatto della coalizione ma si appella alla «responsabilità di tutti i gruppi» invitando a riconoscere ai Cinque Stelle la presidenza di una delle due Camere. Nonostante l’ultimatum lanciato dagli azzurri: «I nomi usciranno solo se ci sarà un incontro tra i leader altrimenti il centrodestra andrà con Romani al Senato e Giorgetti alla Camera». La minaccia suprema per i Cinque Stelle, che a Montecitorio non hanno i numeri per eleggersi da soli un loro presidente.

IL PERCORSO PER L’ELEZIONE DEI VERTICI DELLE CAMERE

Di fatto la mossa di mercoledì di Berlusconi - che aveva subordinato la “spartizione” di Camera e Senato tra M5S e centrodestra mediata da Di Maio e Salvini a un incontro tra tutti i leader - ha sparigliato le carte spezzando il dialogo a due Lega-Movimento. Perché i Cinque Stelle, messi spalle al muro, hanno scelto di non desistere sia ribadendo il «no ai condannati» (e dunque a Romani presidente del Senato) sia rifiutando di «legittimare l’ex Cavaliere» sedendosi al tavolo con lui. Prevedibile la rabbia del numero uno di Forza Italia, che non ci sta a restare in un angolo. «Di Maio è disponibile a incontrare il leader del centrodestra, che è Salvini», ha sottolineato il capogruppo M5S al Senato Danilo Toninelli, al termine del vertice dei capigruppo che si è svolto nella serata di giovedì. «Inaccettabile», ha replicato Renato Brunetta.

Il rischio di restare con il cerino in mano per i Cinque Stelle è stato evidente sin dal mattino di ieri, quando è stata sconvocata l’assemblea congiunta dei gruppi fissata per le 13 (rinviata a stamattina) che avrebbe dovuto ufficializzare il nome di Roberto Fico per Montecitorio. A Palazzo Madama, infatti, complice l’astensione decisa dal Pd, la coalizione Lega-Fi-Fdi può scegliere il suo candidato senza necessità di appoggi esterni. Lo schema è quello di votare scheda bianca alle prime due votazioni, quando serve la maggioranza assoluta, per poi giocare la carta Romani alla terza, quando occorre la maggioranza dei presenti, e di imporla infine alla quarta, quando si va al ballottaggio. Alla Camera, invece, per i primi tre scrutini (segreti) serve una maggioranza dei due terzi e dal quarto in poi è sufficiente la maggioranza assoluta dei votanti. Che però nessuna forza politica ha: per il Movimento è indispensabile un’intesa o almeno l’astensione dei principali schieramenti.

Da qui le tensioni interne, con gli ortodossi che davanti all’impasse lamentavano di aver fatto trapelare il nome di Fico per bruciarlo (non è un caso che le quotazioni di Riccardo Fraccaro abbiano ripreso a salire). L’ex presidente della commissione di Vigilanza Rai ha continuato a tacere, con i suoi fedelissimi che invocavano un intervento di Beppe Grillo, oggi a Roma per il suo spettacolo, ma a fine giornata ha condiviso un post di Di Maio in cui il capo politico scrive: «Non saremo mai artefici di un Nazareno bis». «Calma e gesso» è il mantra. «Ci auguriamo che la notte porti consiglio anche a Fi e che la leadership di Salvini riunifichi la saggezza del centrodestra», ha sintetizzato la capogruppo alla Camera Giulia Grillo.

Che il ruolo del Carroccio sia decisivo è fuor di dubbio. Salvini ha assicurato la compattezza della coalizione di centrodestra, ma ha anche auspicato per l’intera giornata la massima disponibilità «a tavoli e tavolini» per ridiscutere gli accordi. Il segretario della Lega ha confermato di avere un filo telefonico diretto con Di Maio, ma nelle riunioni con gli alleati a Palazzo Grazioli non ha ottenuto alcun passo indietro di Forza Italia sul nome di Romani, peraltro esponente di spicco di quel fronte azzurro nordista che ha sempre spinto verso la Lega. Salvini è perfettamente consapevole che optare per un altro candidato azzurro non condannato né indagato - come Anna Maria Bernini o l’ex magistrato Elisabetta Alberti Casellati - potrebbe sbloccare l’impasse. Ma è anche consapevole di quanto non gli convenga rompere la coalizione, che gli attribuisce il potere di essere indicato come premier durante le consultazioni. Il suo appello in tarda serata è stato subito accolto dai Cinque Stelle come «un buon segnale». Come a dire: c’è ancora oggi per tentare di smussare gli spigoli. Come, è il rebus che andrà risolto.

In questo complesso labirinto di tatticismi, dove la partita istituzionale delle presidenze si intreccia con quella politica del futuro governo, i dem provano a ritagliarsi un ruolo diverso da quello di semplici spettatori. Stamane si riuniranno di nuovo i loro gruppi per ufficializzare le mosse, anche se la strada dell’astensione sembra decisa. «Noi speravamo in un salto di qualità che purtroppo non c’è stato», ha affermato il reggente Maurizio Martina, che ha partecipato al vertice dei capigruppo con Lorenzo Guerini. «Eppure il Pd è sempre stato propositivo. Il gioco dei veti e dei controveti ha bloccato tutto».

La scelta di astenersi, in realtà, non è neutra: a Palazzo Madama spiana la strada al candidato del centrodestra, a dispetto di quel «no a Romani» pronunciato da Ettore Rosato a Porta a porta. E il nome del leghista Giorgetti per la Camera è apprezzato anche dal Pd. A cui però i Cinque Stelle ricordano la «totale disponibilità» dimostrata rispetto alle poltrone degli uffici di presidenza. «Se oggi votassimo solo i nostri - ha spiegato Toninelli - prenderemmo due vicepresidenti, due questori e quattro segretari: sette alla Camera e sette al Senato. Ci siamo spogliati di due vicepresidenti e li abbiamo dati al Pd, per dimostrare che vogliamo rispettare il voto popolare e la rappresentanza». Le figure in pole sarebbero quelle di Rosato a Montecitorio e dell’orlandiana Anna Rossomando a Palazzo Madama. Per ora le tentazioni di fughe in avanti dell’ala non renziana sembrano arginate. Tiene la linea di Matteo Renzi, che nella enews diffusa ieri sera non a caso scrive: «Ricevo tante vostre bellissime email. In una di queste c’era un bellissimo proverbio sudamericano “Credevano di averci seppellito e non sapevano che noi eravamo semi”. Molto calzante, non vi sembra?».

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