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I 5 stelle e lo spettro di cinque anni di opposizione

rischio logoramento

I 5 stelle e lo spettro di cinque anni di opposizione

Se Luigi Di Maio ripete fino allo sfinimento che il M5S andrà al governo del Paese non è soltanto per la nota teoria delle profezie che si autoavverano. Ci sono almeno tre motivi per cui il Movimento teme come il peggiore degli spettri lo scenario di altri cinque anni all'opposizione. A dispetto della sicurezza ostentata, che ha fatto dire a Di Maio: «Se dovesse nascere un'intesa tra Forza Italia e Pd prenderemo i popcorn e vedremo presto crescere ancora il nostro consenso».

Il primo motivo ha a che fare con la tenuta di un gruppo parlamentare triplicato rispetto alla scorsa legislatura. Già nel 2013, quando gli eletti erano iperfidelizzati e la diarchia Grillo-Casaleggio era temuta e riverita, espulsioni e defezioni cominciarono a pochi mesi dall'inizio della legislatura, che non a caso si è conclusa con un bilancio di addii da record: 21 deputati e 18 senatori che sono passati ad altri gruppi. A questa tornata i neoeletti sono molto meno controllabili, vuoi semplicemente per la quantità vuoi per la svolta dell'apertura a esponenti della società civile molto diversi, per estrazione e storia personale, dagli attivisti entrati quasi come alieni in Parlamento cinque anni fa.

La prospettiva di governo elettrizza e compatta, fa accettare di buon grado le regole severe imposte dallo staff della comunicazione e anche le richieste esemplari: il taglio degli stipendi e il versamento obbligatorio mensile di 300 euro all'Associazione Rousseau per i servizi tecnici garantiti agli iscritti. Ma nessuno dentro il Movimento si illude che l'obbedienza possa reggere in caso di permanenza all'opposizione. «Logorerebbe ed è facile che a quel punto si imploda», ammette un parlamentare riconfermato.

La seconda ragione per cui rimanere all'opposizione è visto come il fumo negli occhi è la regola del divieto dei due mandati: se applicata alla lettera, l'attuale gruppo dirigente del M5S, a partire da Di Maio, sarebbe spazzato via nel 2023 senza possibilità di ricandidarsi. È vero che il Movimento ha dimostrato una buona dose di flessibilità delle sue norme interne, spesso modificate in base alle convenienze (basti pensare ai codici di comportamento per gli eletti coinvolti in procedimenti giudiziari). Ma far crollare quel tabù suggellerebbe l'addio definitivo al M5S come era stato concepito da Grillo, che non a caso nel comizio di chiusura della campagna elettorale a piazza del Popolo, il 2 marzo, ha voluto ricordare che il Movimento «è biodegradabile». Un monito per chi è assalito da tentazioni diverse.

E qui veniamo all'ultimo motivo che spinge il M5S a bramare Palazzo Chigi come nessun altro: la carriera politica di Di Maio. È il volto e l'artefice, con Davide Casaleggio, della metamorfosi del Movimento in chiave moderata. È colui che più si è speso per il M5S di governo, anche a costo di silenziare il M5S di piazza. Quello delle origini, orizzontale, senza “l'uomo solo al comando” avversato da Roberto Fico e dagli altri ortodossi che male hanno digerito il tradimento dello spirito originario anti-sistema. Nel “sistema” (le lobby, il Vaticano, i mercati, persino le cancellerie europee) Di Maio si è tuffato mani e piedi, scegliendolo quasi come principale interlocutore dell'ultimo anno. Per accreditarsi e rassicurare, parlando sempre con lo sguardo rivolto al capo dello Stato.

Se oggi il nome di Fico sarà confermato come la proposta pentastellata per la presidenza di Montecitorio e se gli accordi reggeranno alla prova del voto in Aula, Di Maio avrà tenuto fede al patto di rispettare la minoranza interna premiandola con una poltrona di prestigio, gradita a sinistra. Una grana in meno per affrontare le consultazioni e qualche briglia sciolta in più per eventuali mosse più spregiudicate. Il leader M5S sa che il suo compito è traghettare il Movimento verso Palazzo Chigi, costi quel che costi. Ha già lasciato intendere che la squadra presentata il primo marzo è negoziabile. Qualcuno comincia a ipotizzare che potrebbe scendere a patti anche sulla premiership, possibilità finora sempre smentita. Ma se dovesse fallire - e se il M5S dovesse rimanere fuori dai giochi - sarebbe il primo a pagare lo scotto. Altro che pop corn.

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