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Il motore «imballato» dell’economia italiana

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Il motore «imballato» dell’economia italiana

L’Italia è un caso anomalo fra i paesi sviluppati perché da circa un quarto di secolo è il paese che registra i tassi di crescita più bassi. La ragione, secondo la generalità degli economisti, deve farsi risalire alla difficoltà di adeguare la pubblica amministrazione e la struttura produttiva alle sfide della globalizzazione, dell'innovazione tecnologica e della moneta unica. Questa anomalia, che alla lunga rischia di rendere insostenibile il debito pubblico, può aiutare a comprendere perché le forze ‘anti sistema', che pure hanno mietuto successi quasi ovunque in Occidente, siano risultate maggioritarie nelle ultime elezioni italiane. Aiuta anche a comprendere il dilemma di politica economica di fronte al quale si trova oggi il Paese.

Fatto 100 il 1995, il Pil pro capite dell'Italia è oggi pari 106, il che significa che l'Italia è praticamente ferma da quasi un quarto di secolo. Tutti gli altri paesi dell'Ocse hanno fatto meglio, compresa la disgraziatissima Grecia che sta a quota 116. L’Eurozona tolta l’Italia sta a quota 135, che corrisponde a una crescita media annua dell’1,4%, all’incirca uguale a quella degli Stati Uniti. Fra i maggiori paesi, il Giappone è quello che dopo l’Italia è cresciuto di meno, ma sta pur sempre a quota 121. Grazie a un drappello di imprese eccellenti e anche alle politiche seguite in questi anni, dal 2014 l'economia ha iniziato a riprendersi, ma l’Italia è uno dei pochissimi paesi Ocse che non sono ancora riusciti a recuperare i livelli pre-crisi. A oggi il Pil pro capite si è contratto dell’ 8,6% rispetto al 2007. Peggio di noi ha fatto solo la Grecia (-23%). Quasi tutti gli altri paesi hanno ampiamente superato i livelli pre-crisi. L’Eurozona al netto dell’Italia sta sopra di 5,0 punti percentuali, gli Stati Uniti di 6,4. In ciascuno degli anni fra il 2015 e il 2017, l’Italia ha registrato una crescita del Pil di circa 1 punto al di sotto degli altri paesi dell'Eurozona.

Questi dati spiegano perché la condizione sociale del Paese sia tanto problematica. Quando un paese non cresce per un periodo di tempo così lungo, qualcuno migliora la propria condizione, ma molti altri la peggiorano. Di qui l’aumento dell’incidenza della povertà e l’elevata disoccupazione. In Germania la disoccupazione era al 3,6% in gennaio, mentre in Italia all’11,1%. Il nesso fra la crisi economica e il successo dei partiti anti sistema non può essere meccanico, ma è evidente che questi stessi partiti hanno denunciato i tanti aspetti di una condizione sociale deteriorata e che questa è stata la chiave del loro successo.

Questi partiti non sembrano comprendere tuttavia che ciò che essi denunciano è il risultato dell'anomalia italiana, che può essere curata solo proseguendo sulla strada delle riforme intraprese. Non è vero che la difficile condizione sociale sia la conseguenza di riforme cosiddette “neo-liberiste” che avrebbero aumentato le diseguaglianze e favorito i “soliti noti”. Al contrario, l’Italia è uno dei pochi paesi in cui l’indice di diseguaglianza di Gini è rimasto pressoché invariato (attorno al 33%) nell’ultimo quarto di secolo. E ancor più significativo è il fatto che la quota del lavoro sul valore aggiunto manifatturiero, diminuita in molti paesi, è aumentata durante la crisi, ed è tornata ai livelli record (70%) dei primi anni settanta.

E qui veniamo al dilemma, che rischia di diventare un dramma, dell’Italia di oggi. Secondo la maggioranza degli economisti e secondo i principali organismi internazionali, l’Italia soffre perché le riforme di questi anni non sono state sufficienti a rimettere in moto il motore imballato dell'economia, in parte perché non sono ancora riuscite a incidere sui nodi di fondo, in parte perché i loro effetti sono dilazionati nel tempo. Ma la percezione degli elettori — sicuramente di quelli che hanno votato per i partiti anti sistema ― è esattamente agli antipodi. Secondo loro, all’origine dei guai non ci sono affatto le riforme mancate, ma semmai le riforme fatte, congiuntamente alle minacce derivanti dalla globalizzazione, dall’innovazione tecnologica e dall’immigrazione.

Probabilmente c'è un fondo di ragione anche in questa percezione. Il problema è che l’Italia è in mezzo ad un guado: sono stati toccati con mano i costi economici e sociali delle riforme, ma i risultati in termini di crescita del reddito, dell’occupazione e della qualità del lavoro sono ancora deboli. La tentazione di tornare indietro, o di chiudere all’Europa e alla globalizzazione, è dunque fortissima, ma su questa strada la crisi si avviterebbe pericolosamente, la situazione sociale peggiorerebbe, la condizione dei conti pubblici diverrebbe ancora più precaria.

Le ricette per superare l’anomalia italiana riducendo al tempo stesso il debito ci sono e sono, a grandi linee, quelle indicate in alcuni paper pubblicati il 16 marzo scorso dal Fondo Monetario Internazionale. Se non piacciono queste soluzioni, se ne trovino altre. Si riconosca però che il problema dell’Italia è il motore imballato della sua economia e che il problema non può essere certo affrontato peggiorando ancora la situazione debitoria dello Stato.

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