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Consultazioni al Colle, primo round fra veti e candidati di bandiera

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l’incrocio con le regionali

Consultazioni al Colle, primo round fra veti e candidati di bandiera

La giornata clou sarà giovedì, quando Sergio Mattarella riceverà in sequenza le delegazioni di Pd, Forza Italia, Lega e Movimento 5 stelle. Ma i leader si apprestano a salire al Quirinale per le consultazioni con i nodi politici emersi negli ultimi giorni ancora lontani dall’essere sciolti, tanto che anche dalle parti del Quirinale non si fa mistero che questo primo giro di consultazioni non porterà a un incarico e che occorrerà un secondo e forse terzo round. Lo stesso leader della Lega Matteo Salvini, uno dei due “vincitori” della tornata elettorale assieme al pentastellato Luigi Di Maio, ha fatto capire che le consultazioni prenderanno tutto il mese di aprile («le regionali di fine mese in Friuli Venezia Giulia e Molise daranno un bel segnale al Colle»).

Dai colloqui con i presidenti delle Camere al mandato esplorativo, tutte le tappe delle consultazioni

Sherpa M5s e Lega già al lavoro
In realtà gli sherpa del M5S e della Lega sono al lavoro già da giorni per mettere a punto un programma comune cercando di conciliare, magari in forma soft, da una parte il reddito di cittadinanza e dall’altra la flat tax. I reali ostacoli sulla strada del possibile governo M5S-centrodestra a trazione leghista sono politici: chi sarà il premier, innanzitutto. Se Salvini ha già fatto intravvedere un suo possibile passo di lato pur di far partire un governo che abbia nel programma alcuni temi forti del centrodestra, Di Maio insiste sul suo “diritto” a fare il premier. E si capisce: un governo con dentro l’ingombrante figura di Silvio Berlusconi sarebbe digeribile per la base del M5S solo con il loro leader seduto a Palazzo Chigi. Le possibili soluzioni al nodo premier sono due, ma entrambe hanno bisogno di tempo per maturare: la prima, che molti osservatori cominciano a dare per possibile, è che alla fine Di Maio faccia il premier ingoiando la presenza politica di Berlusconi nella maggioranza, e in questo caso Salvini rinuncerebbe sì a Palazzo Chigi ma manterrebbe il timone del centrodestra unito (37% contro il 32% del M5S) e una forte presenza nei ministeri chiave. La seconda soluzione è quella della figura terza a Palazzo Chigi (si è parlato di Giovanni Maria Flick, già ministro di Prodi e presidente della Corte costituzionale), ma in questo caso a perdere visibilità e forza politica sarebbero sia Di Maio sia Salvini.

Accordo M5s-Pd ancora in salita
Le alternative al possibile governo M5S-centrodestra a trazione leghista sono al momento poco forti. Si continua a parlare di un possibile accordo tra M5S e Pd, con l’apporto dei 14 deputati e 4 senatori di Leu, ma tale soluzione è resa ardua non solo dal “veto” posto dalla attuale maggioranza renziana, nel partito e nei gruppi parlamentari, ma anche dagli stessi numeri: in Senato il M5s e il Pd insieme arrivano appena al numero minimo per la sopravvivenza, 161. Piuttosto il ruolo del Pd potrebbe tornare in ballo nel caso in cui l’accordo M5S-centrodestra dovesse incagliarsi: i democratici, compreso Matteo Renzi come ha chiaramente spiegato ai suoi in queste ore, risponderebbero positivamente ad una eventuale chiamata di Mattarella per un governo istituzionale. Un governo di tutti, insomma, o di quasi tutti. Ma tale governo è quello che meno conviene a Di Maio e a Salvini...

Ipotesi “Governo delle Camere”
Per questo c’è chi comincia a ipotizzare, anche in ambienti del governo uscente, uno scenario inedito: se lo stallo dovesse proseguire oltre aprile, complice anche la campagna elettorale per le amministrative fissate per il 10 giugno (ballottaggi il 24), potrebbe partire una sorta di “governo dalle Camere”. Ossia l’iniziativa di M5S e Lega in Parlamento, sullo schema che ha portato alla rapida elezione dei presidenti delle Camere, mentre il governo Gentiloni va avanti per gli affari correnti. Di Maio e Salvini potrebbero in questo modo mettersi d’accordo per approvare alcuni provvedimenti simbolici (la stretta sui vitalizi, così come una versione soft del reddito di cittadinanza e della flat tax) e una nuova legge elettorale più maggioritaria dell’attuale che permetta il ritorno alle urne in tempi relativamente brevi. Ed è questo, forse, lo scenario peggiore per il Pd: resterebbe fuori dal governo senza potersi ritagliare un vero spazio di opposizione.

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