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Dossier Il «corridoio» di Bangkok

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Dossier | N. 4 articoliSpeciale Thailandia: più opportunità di business

Il «corridoio» di Bangkok

Thanon Phetchaburi road, Bangkok. (Agf)
Thanon Phetchaburi road, Bangkok. (Agf)

L’ingresso dello scalo è presidiato, come è normale, da un gigantesco ritratto del re Vajiralongkorn (Rama X). Un hangar enorme, sia pure ben ristrutturato, richiama la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Dove c’erano i B52 americani, pronti a decollare verso le loro missioni in Vietnam e Laos, si sta materializzando uno dei principali simboli della corsa della Thailandia verso un ambizioso obiettivo ufficiale: uscire dalla trappola del medio reddito e diventare un Paese avanzato entro il 2036.

Megaprogetti
Situato a 140 km a sud di Bangkok, l’ex aeroporto della Marina Militare, U-Tapao, è stato riconvertito a uso misto. Per ora gestisce un milione di passeggeri l’anno, che dovrebbero salire a 15 in 5 anni, a 30 in 10 anni e addirittura – con un certo eccesso di ottimismo – a 60 milioni tra 20 anni. Sarà collegato con l’alta velocità ferroviaria agli altri due aeroporti della capitale (anch’essi in fase di espansione), da dove tra alcuni anni sarà possibile recarsi in treno veloce fino in Cina via Laos nel quadro della maxiiniziativa cinese «One Belt, One Road». U-Tapao diventerà il fulcro del polo turistico e logistico dell’area (si trova a soli 40 km dal centro balneare di Pattaya). Non solo. Ospiterà un grande centro di manutenzione di aeromobili per l’Asia, in concorrenza soprattutto con Singapore, stimolando la crescita di un polo industrial-tecnologico dell’aviazione.

Thailandia accelera su infrastrutture e investimenti

È solo un esempio del gigantismo dei piani promossi dal governo thailandese, che ha introdotto una nuova strategia per attirare investimenti diretti esteri (Fdi) soprattutto nell’Eec, acronimo di Eastern economic corridor: le tre regioni a sudest di Bangkok dove pioveranno in cinque anni oltre 50 miliardi di dollari pubblico/privati come traino alla nuova fase di sviluppo dell’economia, che oltre a un upgrade dei 5 settori finora di punta (automotive, elettronica, turismo, agricoltura e biotech, alimentare) punta su 5 comparti avanzati (robotica, digitale, aviazione e logistica, integrata, medicale e biochimica). Il tutto nello sforzo di consolidare il ruolo di hub della Thailandia per l’intera area Asean e di polo delle supply chain internazionali, ma anche di salire nella catena del valore.

Un governo in cerca di legittimazione
Mentre continua a frenare sulla convocazione delle elezioni – rinviate più volte e ora attese non prima del febbraio 2019 – l’esecutivo guidato dal maggio 2014 dal generale Prayut Chan-o-cha accelera dunque sul fronte economico, nel chiaro tentativo di trovare legittimazione come alfiere di stabilità e sviluppo.

In realtà, negli ultimi anni la Thailandia è cresciuta meno di vari altri Paesi della regione e anche gli Fdi sono rimasti sottotono. Ma ci sono chiare indicazioni che l’attenzione dall’estero stia aumentando, anche se la transizione verso il ritorno alla democrazia continua a incepparsi. Il tempo passa, la vita continua, la stabilità viene apprezzata da molti parti e la stessa Ue ha deciso nel dicembre scorso di scongelare i rapporti politici, pur rinviando alla fase del futuribile governo democratico la ripresa dei negoziati per un accordo di libero scambio. La popolarità del premier appare in calo anche per la percepita riluttanza ad affrontare alcuni casi di corruzione. Lui tira diritto e dà qualche segnale di volersi ritagliare un ruolo politico anche per un futuro dove in ogni caso i militari avranno voce in capitolo grazie ad alcuni aspetti della nuova costituzione.

Apertura agli investitori
Nella conferenza annuale organizzata a Bangkok dal Board of investment (Boi, l’ente che facilita gli investimenti dall’estero), il vicepremier (nonché stimato economista) Somkid Jatusripitak ha bilanciato le lodi ai due principali Paesi investitori (il Giappone fin dagli anni ’80 e, di recente, la Cina) e ha snocciolato cifre a smentita dei critici della giunta: la crescita del Pil tornata intorno al 4% dal 2,8% del 2015 e l’aumento di export, turismo e riserve valutarie.

Il bello è che nei giorni scorsi lo stesso Fmi ha raccomandato una politica più espansiva, visto l’eccessivo surplus delle partite correnti. «Anche gli investimenti stranieri sono cresciuti da 537 progetti a 818, per un valore di 282,6 miliardi di baht (oltre 9 miliardi di dollari). E secondo la Banca mondiale la Thailandia ha scalato 20 posizioni l’anno scorso piazzandosi al 26esimo posto tra i Paesi in cui è più facile fare business», ha aggiunto Somkid, sottolineando le tre principali direttrici strategiche: megaprogetti infrastrutturali, focus sull’Ecc per le partnership con operatori stranieri, investimenti nel piano Thailand 4.0 per l’ingresso nell’economia digitale. «Ci hanno invitato a unirci alla Tras-Pacific Partnership a 11 Paesi: ne terremo conto in 2-3 anni. E speriamo di riaprire le trattative per il libero scambio con la Ue subito dopo le elezioni» ha detto Kobsak Pootrakool, braccio destro del premier, spiegando che «i venti di guerra commerciale internazionale avranno un impatto, ma limitato. Il nostro interscambio è più diversificato che in passato e la quota Usa del nostro export è scesa da oltre il 20% a poco più del 10%».

Incentivi calibrati
«Le aziende europee – osserva il segretario generale del Boi, Duanjaj Asawachintachitr – hanno un grande expertise in molti dei settori di innovazione su cui puntiamo. Contiamo che considerino con interesse le opportunità che offriamo non solo dal punto di vista della crescente domanda, ma come piattaforma regionale ideale. E ci aspettiamo che partecipino alle prossime gare internazionali per le infrastrutture». In effetti gli incentivi massimi per progetti qualificati offerti dal Boi appaiono notevoli: esenzione dalla corporate tax fino a 15 anni, niente dazi sulle importazioni di macchinari e materie prime, permesso di acquistare terreni e accesso a leasing su terreni statali fino a 40 anni (rinnovabili per altri 49), imposta sul reddito di una parte dei manager stranieri al 17%(la più bassa dell’Asean). Più un One-stop center per facilitare l’investitore e risolvere eventuali problemi, oltre a una politica più larga sui visti.

Un aspetto interessante è che in concreto gli incentivi vengono calibrati a seconda di vari fattori, in particolare il contenuto tecnologico dell’investimento. Se ora viene consentita agli stranieri la proprietà anche del terreno delle aziende, prima vietata, nelle infrastrutture si diventa partner del governo attraverso il meccanismo delle Ppp (Public-private partnership). Il che avrebbe risvolti imbarazzanti per non pochi europei se il Paese non dovesse ritrovare una stabile normalità democratica.

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