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Dossier Due de Pisis da sottoporre all’Archivio

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    Dossier | N. 46 articoliIl tesoro in soffitta

    Due de Pisis da sottoporre all’Archivio

    Cortesy del lettore
    Cortesy del lettore

    Gentile Redazione,

    Anni fa ho ricevuto in dono da una prozia due quadri di de Pisis. A lei erano stati donati da uno zio del marito che li aveva avuti dall’artista quando frequentava il suo studio di Venezia. Secondo il racconto fattomi i due si erano dati appuntamento in un bar vicino allo studio di de Pisis. Il nostro parente da tempo chiedeva all’artista di avere delle sue opere, senza successo. Quel giorno però, dopo molte insistenze, de Pisis acconsentì e, saliti nello studio, prese due quadri e li diede all’amico. Questi per celia gli disse che non credeva fossero suoi e l’artista, per confermare scherzosamente la sua opera, dipinse sul retro di uno dei quadri (la piazza) un autoritratto con la scritta “È mio. Bologna” aggiungendo un’ulteriore firma. Anche sul secondo quadro è presente una seconda firma sul retro.
    Gradirei avere ogni informazione sulle due opere: il periodo stilistico, l’epoca presunta di realizzazione, il valore di mercato.
    DM

    Gentile lettore,

    le due opere non sono presenti nell’archivio dell’Associazione per Filippo de Pisis, né sono pubblicate nel catalogo generale dell’artista (a cura di Giuliano Briganti, Electa, 1991), per cui la prima cosa da fare sarebbe sottoporle all’attenzione del Comitato scientifico dell’Associazione, che si riunisce il 10 aprile alle 9 presso i Frigoriferi Milanesi, per richiedere l’autentica e l’archiviazione.

    Il costo per l’esame delle opere è di 427 euro, Iva inclusa per gli oli, e di 305 euro per gli acquerelli e i disegni. La procedura per la presentazione delle opere è spiegata sul sito dell’associazione (www.filippodepisis.org). Per quanto riguarda il mercato, sono molte le gallerie italiane che trattano l’opera di de Pisis. Tra queste Galleria dello Scudo di Verona, che ha avanzato una possibile datazione e stima delle due opere. «Qualora le due opere fossero autentiche – ha dichiarato con prudenza il gallerista Filippo Di Carlo al telefono, – potrebbero risalire agli anni ’40. “La piazza di Bologna” potrebbe valere 8.000-10.000 euro; la “Venezia”, 5.000-7.000 euro».

    Purtroppo siamo in un periodo difficile per de Pisis. «È un artista in controtendenza rispetto al gusto attuale, sempre più spinto verso la seconda metà del Novecento» ha commentato Di Carlo. Oggi i valori sono due o tre volte inferiori rispetto agli anni ’80 e ’90. Negli anni d’oro si arrivava anche a 100-200.000 euro. Anche ora, comunque, «se dovessero arrivare sul mercato opere del periodo metafisico o dei primi anni ’20 – continua Di Carlo – realizzerebbero risultati non indifferenti, com’è successo nelle aste di Londra del 2017, quando quattro cartoncini 18 x 24 cm hanno segnato risultati rilevanti, tra 50.000 e 80.000 sterline».

    I soggetti più ricercati dal mercato, prevalentemente italiano, sono le nature morte, soprattutto quelle con le conchiglie, rimando alla classicità (per esempio il record d’asta, “Natura morta marina” del 1926, venduto da Artcurial nel 2005 a 170.003 euro più le commissioni, da una stima di 30-40.000 euro), e i vasi di fiori (il 7 aprile ne va all’asta uno presso Art-Rite Srl a Milano con una stima di 20-30.000 euro). In totale i passaggi all’asta sono 2.221 (fonte Artprice), con un picco del turnover registrato nel 2007 con 2.681.616 dollari per 62 lotti venduti, mentre il minimo si è avuto nel 2014 con 525.927 euro per 43 lotti. Il 2015 e il 2016 sono stati stabili, mentre nel 2017 c’è stata una risalita fino a 999.719 per 57 lotti venduti. Nel 2014 c’è stato anche il record di invenduto: 51,7%, sceso al 31,2% nel 2017.

    «De Pisis cominciò a vendere già nei primi anni della sua carriera – racconta Maddalena Tibertelli de Pisis. – Si appoggiava a gallerie sia italiane, soprattutto milanesi, come la Galleria del Milione, sia parigine, come Galerie Bonjean. Altri galleristi importanti per lui sono stati Ettore Gian Ferrari, Carlo Cardazzo, più tardi Dino Tega e Farsetti. Dopo la sua morte, negli anni ’60 e ’70 il mercato richiedeva moltissimo le sue opere, ed è in questo momento che si è affacciato il problema dei falsi, nato già quando il pittore era in vita, negli anni ’40, quando la fama era agli apici. Per questo la famiglia ha promosso il catalogo generale e si impegna oggi a difendere la sua opera».

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