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Ultima chiamata per Di Maio-Salvini, poi Fico o Giorgetti

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Ultima chiamata per Di Maio-Salvini, poi Fico o Giorgetti

Dagli entourage di Luigi Di Maio e Matteo Salvini si dà ancora come improbabile un faccia a faccia domenica al Vinitaly. Ma per i due leader il tempo è quasi scaduto: l’avvertimento di Mattarella è arrivato forte e chiaro. Se entro pochi giorni non raggiungeranno un’intesa si passerà ad altre soluzioni. Tra cui quella che azzera le ambizioni dei due leader: un governo del presidente. Un’ipotesi estrema che il capo dello Stato sarà costretto a percorrere qualora la politica decretasse il proprio fallimento.

Ecco perché nonostante la ritrosia di queste ore un’accelerazione per suggellare l’intesa tra M5S e Lega è tutt’altro che da escludere. E Verona potrebbe tornare utile almeno per rafforzare l’idea che il confronto non si sia arenato e che i due leader siano prossimi a fornire al presidente una soluzione percorribile. La grande incognita è sempre la stessa: il ruolo di Silvio Berlusconi e di Fi. Il Cavaliere ieri è tornato sul predellino e dal Molise, dove il 22 aprile si voterà, ha ribadito di non essere disposto a farsi da parte: «Nessuno può dire a me cosa devo o non devo fare». Ce l’ha con Di Maio, ma anche (e forse soprattutto) con Salvini. Entrambi faranno tappa nella regione già da lunedì. Per il candidato premier M5S perdere in Molise, dove i pentastellati soltanto 40 giorni fa hanno conquistato il 44%, significherebbe vedere bocciata sonoramente la strategia condotta finora. E la presenza di Di Maio conferma che il voto sarà tutt’altro che un test locale. Ragionamento che vale anche per il centrodestra: sia per testare la tenuta della coalizione sia per misurare i rapporti di forza interni. Un’ulteriore affermazione della Lega indebolirebbe ulteriormente il leader di Forza Italia.

Ma le parole di Mattarella fanno scolorire i tatticismi. Il presidente ha fatto esplicito riferimento alla grave crisi in Medioriente e agli appuntamenti internazionali alle porte, sottolineando che il Paese ha bisogno di un «governo nella pienezza dei suoi poteri». Se dunque Di Maio e Salvini non raggiungeranno l’accordo, Mattarella sarà costretto a procedere autonomamente. L’ipotesi più soft è un mandato esplorativo a una carica istituzionale come la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Ma il risultato sarebbe scontato: il M5S non si discosterà dal veto a Berlusconi. Potrebbe però servire al capo dello Stato per tentare di diluire le tensioni di questi giorni, allontanando i riflettori dal Quirinale. Prima o poi, però, davanti al permanere dello stallo, la decisione tornerà al presidente. E qui il pendolo potrebbe oscillare tra un governissimo guidato da una carica istituzionale o un incarico esponente politico capace di allargare la maggioranza. I nomi ricorrenti sono quelli rispettivamente del presidente della Camera Roberto Fico e del capogruppo della Lega a Montecitorio Giancarlo Giorgetti.

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La prima ipotesi inevitabilmente chiamerebbe in causa il M5S, che a quel punto davanti a un appello alla responsabilità e a un incarico a uno dei suoi “big” supererebbe la sua attuale contrarietà a un governissimo. Dentro il quale cadrebbero automaticamente anche tutte le pregiudiziali su Fi, che potrebbe trovarsi insieme ai pentastellati nella maggioranza a sostegno di Fico. Della quale farebbe parte pure il Pd, che continua a escludere un governo con il M5S o con il centrodestra. Certamente i dem non sosterrebbero mai un governo Di Maio o Salvini. Ma se l’incarico fosse invece affidato a Giorgetti? «Significherebbe chiedere a qualcuno di andare a cercare voti che non ci sono», frena il leader della Lega, che non vuol sentir parlare né di governissimi né di governi col Pd. Quel che però Salvini teme davvero è un incarico a lui: se dovesse fallire, la sua partita sarebbe gravemente compromessa. Di Maio, invece, rischia di restare stritolato dalle sue stesse condizioni: l’alt a Fi e la rivendicazione della premiership. L’unica via d’uscita sarebbe l’intesa.

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