Italia

Di Maio e Fico: i gemelli diversi del M5S di nuovo in competizione

  • Abbonati
  • Accedi
LO SCONTRO INTERNO

Di Maio e Fico: i gemelli diversi del M5S di nuovo in competizione

Nemici amici, fratelli coltelli: un topos della storia della politica. Dove una volta c'erano D'Alema e Veltroni, oggi ci sono Luigi Di Maio e Roberto Fico. Nella prima coppia era D'Alema che tacciava l'altro di leaderismo, accusandolo di aver impresso un'“impronta americana” ai Ds, viatico per il Pd renziano di oggi. Nella seconda coppia è stato Fico a indossare le vesti di custode dei valori originari del Movimento Cinque Stelle, mentre Di Maio prestava volto e parole alle giravolte necessarie per trasformare il M5S da forza anti-sistema a partito “governista”. Tanto più velocemente procedeva la metamorfosi, quanto più aspra si faceva la lotta interna tra gli ortodossi nostalgici del Movimento “orizzontale” e i pragmatici convinti sostenitori della cavalcata dimaiana.

Di Maio e Salvini ancora distanti

Hanno vinto i pragmatici, grazie al supporto più di Davide Casaleggio che di Beppe Grillo. Perché le fratture nel gruppo parlamentare riflettevano la divisione dei compiti tra i vertici: Casaleggio jr nel ruolo sempre più smaliziato di stratega nascosto, pronto a sdoganare tutti i tabù, uno dopo l'altro; Grillo in quello di frontman capace di rivitalizzare la base e la piazza rispolverando i vecchi cavalli di battaglia seppelliti da dosi sempre più massicce di realpolitik. È al comico genovese che hanno fatto riferimento gli ortodossi nei momenti più critici. È stato Grillo a fare da paciere calando a Roma quando c'era da riportare l'ordine.

Il picco di conflittualità si è raggiunto lo scorso settembre a Rimini, con il doppio spettacolo: sul palco della kermesse Italia 5 Stelle l'incoronazione di Di Maio capo politico del M5S, dopo le primarie farsa della gara con i sette avversari praticamente sconosciuti ai più; sotto il palco i tormenti di Fico, costretto a consegnare pillole di dissenso ai cronisti che lo seguivano. Qualcuno agitò a taccuini chiusi lo spettro della scissione: non se ne fece niente, la campagna elettorale era alle porte e nel cielo a Cinque Stelle tornò il sereno. O quasi.

Il successo del 4 marzo è stato letto come il trionfo di Di Maio e della sua linea, ma in realtà è il risultato del doppio binario su cui il Movimento si è abilmente mantenuto, anche grazie a Fico. Non è un caso che entrambi abbiano trionfato nei loro collegi. Gemelli diversi: il primo non laureato, sempre in giacca e cravatta, cresciuto a Pomigliano D'Arco, figlio di un ex dirigente del Msi e di Alleanza nazionale, “politico” sin da giovanissimo, eletto vicepresidente della Camera a 26 anni appena, spedito a dialogare con le lobby, gli investitori e le cancellerie europee; il secondo laureato con lode, famiglia napoletana di sinistra, fautore delle battaglie in difesa dei beni comuni, sempre in jeans anche quando viene scelto per la presidenza della Commissione di vigilanza Rai. Li ha abbandonati oggi, che è asceso, paradossalmente grazie al patto con il centrodestra, allo scranno più alto di Montecitorio. Un incarico di cui avverte la portata, tanto da giustificare così la sua assenza alla convention Sum promossa da Casaleggio a Ivrea: «Ora rappresento tutti gli italiani e sono terzo rispetto alle forze politiche».

Tutti e due nel M5S sin dalla nascita, “funzionali” entrambi al mantenimento di un consenso più ampio possibile, Di Maio e Fico sono oggi di nuovo in competizione. Se gli ami lanciati dal primo verso i due forni (Lega o Pd) andranno a vuoto, un incarico per formare un governo istituzionale potrebbe essere affidato dal presidente Mattarella proprio al secondo. Difficilmente, davanti a un appello alla responsabilità del capo dello Stato, il M5S potrebbe continuare a dire “no” e a porre veti. E si compirebbe l'ennesimo capolavoro di paradossi in cui il Movimento si sta dimostrando campione: Fico si avvantaggerebbe della strategia moderata e spregiudicata portata avanti dal suo alter ego, proprio quella che ha sempre avversato. Arrivando addirittura a Palazzo Chigi al posto suo: o - lui che è considerato l'anima di sinistra del M5S - al timone di un esecutivo con il Pd "scongelato" o, più probabilmente, di un esecutivo istituzionale sostenuto da tutti, da Forza Italia ai dem, formula auspicata oggi dal ministro Carlo Calenda.

E Di Maio? Come capo politico del Movimento resterà in carica per cinque anni, fino al 2022, ma vedrebbe ridimensionati potere e ambizioni. E, soprattutto, dovrebbe rimangiarsi quel che ha detto all'indomani del voto, salutando con enfasi la nascita della Terza Repubblica, quella “dei cittadini”. Se l'epilogo dovesse davvero essere un governo del presidente, decretando il fallimento della politica, questa Terza Repubblica assomiglierebbe tanto alla Prima. Con il M5S nei panni di una nuova Balena bianca, i suoi leader interscambiabili e la bussola della tecnologia al posto della fede.

© Riproduzione riservata