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Dossier Lissoni: «Oltre la creatività, servono imprenditori…

Dossier | N. 40 articoliIl design al Salone e al Fuorisalone: la settimana d'oro di Milano

Lissoni: «Oltre la creatività, servono imprenditori coraggiosi»

L'architetto e designer Piero Lissoni è presente al Salone del Mobile con numerosi prodotti (credit enricodeconti.com)
L'architetto e designer Piero Lissoni è presente al Salone del Mobile con numerosi prodotti (credit enricodeconti.com)

«Un progetto di qualità ha bisogno di persone che ci credano, di imprenditori coraggiosi». Piero Lissoni, architetto e designer di fama internazionale, deve averne incontrati molti nella sua carriera. La conferma arriva ancora una volta dal Salone del Mobile, che vede Lissoni impegnato su moltissimi fronti: come direttore artistico di brand come Alpi, Boffi, De Padova, Living Divani, Porro e Sanlorenzo, per i quali disegna diversi prodotti, e come designer di marchi come B&B, Cappellini, Cassina, Glas Italia, Kartell e Knoll, per citarne solo alcuni.

Il buon prodotto nasce dal buon cliente?
Non può che essere così. Non c’è prodotto che nasca dalla mano di un designer, che è piuttosto un interprete del linguaggio. Chi lo porta avanti è l’imprenditore, che si prende dei rischi. A me piace l’idea di pensare a un processo. I rischi sono all’ordine del giorno, ne prendiamo sempre, io come architetto e ancora di più le mie “vittime sacrificali”, gli imprenditori.

Quanto conta il fattore umano nei suoi progetti?
Credo che nei prossimi anni avremo sempre più bisogno di dolcezza, non quella stucchevole e melensa, ma una dolcezza data dalla capacità di assemblare i materiali in maniera meno scontata e banale, con un po’ più di gentilezza umana. In Porro, per esempio, abbiamo lavorato con una ricerca sui legni molto ampia, scegliendo quelli che non comportano deforestazione, così come su metalli, resine e pietre abbiamo tentato di non andare a costruire nuova spazzatura, ma cercato di riciclare i materiali.

C’è un approccio comune nei suoi progetti, che siano di architettura o di design?
Il modello è quello della scuola milanese. I nostri maestri erano architetti e designer e io ho cercato di mantenermi dentro questa traccia. Ogni volta che disegno un’architettura, mi sforzo d’immaginare che cosa succederà lì dentro.

Altri progetti al Salone?
C’è tutta la nuova generazione di cucine di Boffi, un sistema di blocchi che si assemblano e danno vita a isole molto compatte o incredibilmente grandi. Poi una serie di poltrone e una libreria per Knoll, la seduta Eda-Mame per B&B Italia, una specie di fagiolo-tappeto volante. Per Kartell, oltre a un divano, ho pensato a un tavolo da pranzo che nasconde all'interno le piastre a induzione per cucinare. E, ancora, per Living Divani c'è la nuova collezione di sedute e per Glas Italia i mobili in vetro. Per la prima volta, quest'anno presento un'intera collezione outdoor: Sophia-L per Janus et Cie.

Come si immagina il futuro del made in Italy?
Al di là dei dati, vedo male il futuro del made in Italy. Come dicevo prima, abbiamo bisogno di imprenditori capaci di ragionare all’italiana, che non guardino solo a numeri e bilanci. Chi costruisce un po’ in Italia, poi passa per Bulgaria e Turchia per rientrare in Italia recita un mantra vuoto, depaupera le aziende. Il made in Italy può funzionare solo se le aziende rimangono focalizzate nel produrre qua, nell’essere più tecnologiche, più brave nel modello di pensiero, nel processo. Altrimenti, fra cinque anni, potremo metterci una croce sopra.

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