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IL DIBATTITO

Sanzioni alla Russia, le cifre sull’export «usate» dalla politica

Matteo Salvini all'apertura del Vinitaly 2018 a Verona  (foto Ansa)
Matteo Salvini all'apertura del Vinitaly 2018 a Verona (foto Ansa)

Il tema delle sanzioni alla Russia messe in campo quattro anni fa dall’Ue in risposta all’annessione alla Crimea e prorogate almeno fino alla fine di giugno, ha fatto irruzione nel dibattito politico che in questi giorni si concentra sulla formazione del nuovo governo. Il segretario federale della Lega Matteo Salvini, leader della coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni, cavalca il malcontento delle picccole e medie aziende del Nord che risentono della stretta all’export verso la Russia. In occasione della visita al Vinitaly, rivolgendosi a un espositore che gli faceva notare come, con l’andar del tempo, le sanzioni nei confronti di Mosca danneggerano l’export del vino italiano, Salvini ha annunciato che con il Carroccio al Governo queste misure restrittive saranno la prima cosa a saltare. I numeri mettono in evidenza che, dopo il periodo critico immediatamente successivo all’introduzione di questa stretta nei rapporti commerciali tra i due paesi, il crollo dell’export si è arrestato, anche se il record del 2013 di quasi 10,8 miliardi di euro è lontano.

Posizioni nette per scongiurare un preincarico per un nuovo Governo
Una presa di posizione quella di Salvini alla manifestazione dedicata al mondo del vino di rottura rispetto alla linea filoatlantista e filoeuropeista che caratterizza la politica estera italiana degli ultimi anni. Tant’è che queste dichiarazioni sono state lette come un tentativo di Salvini di “alzare il tiro”. Un tentativo che ha un precedente nelle dichiarazioni fatte dal leghista a poche ore dall’operazione di Usa, Francia e Gran Bretagna in Siria. L’obiettivo di questa strategia sarebbe quello di scongiurare l’ipotesi di un preincarico per la formazione di un nuovo esecutivo che il presidente della Repubblica potrebbe affidargli. Il Colle considera infatti la vicinanza all’Alleanza atlantica e il filoeuropeismo due requisiti importanti, da preservare. Da quando l’Europa ha deciso di puntare sulle sanzioni, va tuttavia ricordato, l’Italia si è adoperata per mantenere una linea di dialogo con la Federazione Russa. Ciò nonostante abbia sempre applicato “con lealtà” le sanzioni europee.

Gentiloni: le sanzioni non possono essere perenni
La necessità di mantenere aperto comunque un dialogo è stata messa in evidenza in passato anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. In occasione del Consiglio europeo che si è tenuto a Bruxelles nel giugno del 2017, il premier ha parlato in particolare delle sanzioni alla Russia per l’operazione nel Donbass, nell’Ucraina orientale. In quell’occasione ha messo in evidenza che queste misure nei confronti di Mosca non possono essere né perenni né scontate. «l’Italia - ha proseguito Gentiloni - propone che l’eventuale prolungamento delle sanzioni non sia un esercizio affidato solo agli ambasciatori o ai tecnici, ma sia oggetto di una discussione politica: dove stiamo andando, funziona, non funziona?».

La contromossa di Berlusconi: modello Pratica di Mare per risolvere crisi
Le dichiarazioni nette pronunciate da Salvini al Vinitaly hanno spinto l’alleato Forza Italia a prendere le distanze dai toni forti utilizzati dal segretario federale del Carroccio. L’ex premier Silvio Berlusconi, che ha rapporti di amicizia con Vladimir Putin, ha messo in evidenza come per riavvicinare Washington e Mosca dopo lo strappo sulla Siria sia opportuno ritornare al modello di Pratica di Mare, l’intesa sottoscritta nel maggio del 2002 nella base militare a sud di Roma, che ha avviato un dialogo tra Nato e Russia. «Quindici anni fa - ha ricordato il Cavaliere, che allora era presidente del Consiglio - il nostro governo mise intorno a un tavolo, a Pratica di Mare, Russia, Stati Uniti, Europa, in uno storico accordo che avrebbe potuto inaugurare una nuova epoca, di alleanza e non più di contrapposizione. Oggi - ha aggiunto Berlusconi - un governo autorevole potrebbe riprendere a lavorare proprio in quella direzione, perché l’Italia proprio nel Mediterraneo ha grandi interessi in gioco ma ha anche un ruolo imprescindibile».

Le conseguenze della stretta: nel 2014-2015 crollo export italiano in Russia
Le sanzioni alla Russia hanno compito la aziende italiane. Se infatti l’export italiano verso la Russia è aumentato di 8,3 miliardi tra il 2000 e il 2013 (da 2,5 miliardi di euro a 10,8 miliardi), nel biennio 2014-15 - quindi il periodo immediatamente successivo alle sanzioni - si è registrato un calo di 3,7 miliardi. Un nuovo crollo per l’export italiano in Russia è stato registrato nel 2016: -5,3%.

L’inversione di tendenza nel 2017 ma il record del 2013 è ancora lontano
Il quadro ora sembra diverso. «Nel 2017 abbiamo riscontrato un’inversione di tendenza - dice Antonio Fallico, presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia -. L’export italiano è ritornato a crescere portandosi a quasi 8 miliardi di euro in aumento del 19,3% rispetto al 2016. Certo, siamo ancora lontani dall’eguagliare il dato record del 2013 di quasi 10,8 miliardi di euro». Le sanzioni decise dagli Usa e dall’Unione europea hanno spinto Mosca a spingere l’acceleratore sulla sostituzione delle importazioni, riducendo la sua dipendenza dai prodotti provenienti dai paesi europei, «con una politica di rafforzamento del proprio piano produttivo e industriale che le ha permesso addirittura di aumentare il proprio export».

La nuova strategia: meno export e più produzione in loco
Il ritorno alla crescita del Pil russo, e il relativo aumento dei consumi, potrebbe avere un riflesso positivo anche sul fronte delle esportazioni italiane verso questo mercato. Le opportunità non mancano. In questo contesto di sanzioni, le aziende del made in Italy hanno individuato un “piano B”: meno esportazioni più produzione in loco, beneficiando delle agevolazioni offerte da Mosca a livello federale e regionale. La Russia punta a sviluppare e ammodernare l’industria nazionale in numerosi settori, in particolare agroalimentare, meccanico e manifatturiero. Paradossalmente in questa logica le sanzioni possono delineare opportunità di crescita per il made in Italy.

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