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Tra amicizia e nostalgia, c’era una volta l’Inter dei “ragazzi” di Bersellini

Erano i giorni dei Cugini di Campagna, dello Jannacci contro-correntista, del neo realismo più romantico che dannato di Ettore Scola e del primo Carlo Verdone. A Milano i colori erano ancora quelli della nebbia, delle fabbriche a Lambrate, della fatica che resta e non scompare. Non c'era nessun bagliore modaiolo, ancora nessun luccichio della città spocchiosa e da bere. Solo pane, calcio, il “cazzeggio intelligente” professato da Beppe Viola & company, nei club dei perditempo e perdinotte. Il Milan era fresco del suo decimo scudetto, quello “della stella”, ma aveva appena perso sul campo Gianni Rivera, l'anti-calciatore più calciatore di sempre. Gianni era l'elegante sintesi di una città sempre shakerata in contrapposizioni. Anche nel football, perennemente a cavallo tra psicolabile creatività e disciplinato pragmatismo. Il Milan aveva lo scudetto sulla maglia, l'Inter di Ivanoe Fraizzoli doveva strapparglielo, ad ogni costo. Il club nerazzurro necessitava di quella gloria sparita da un bel pezzo.

E così sotto la guida tecnica (e spirituale) di un “sergente di ferro” chiamato Eugenio Bersellini, meticoloso, irreprensibile, innamorato dei ragazzi da farli sembrare figli suoi, l'ultima Beneamata autoctona, lombarda, allevata sui prati della Pinetina quasi per intero, costruì un campionato dominato sin dall'inizio. Quello del dodicesimo scudetto della sua storia. Quello dei ragazzi del 1979/80. Che da allora sono restati tali, avvolti dal nastro dell'amicizia e della allegra nostalgia, sempre in contatto via chat per un risotto, un ossobuco da organizzare. Ancora da mangiare.

Quattro di loro hanno scritto un libro, hanno voluto ricordare tutto di quella stagione. Un “come eravamo” di una squadra pregna di raffinati muscolari (Oriali e Marini), con una difesa granitica (Bordon, Canuti, Bini e Baresi), devastanti corridori e velocisti (Pasinato e Muraro), sottili cannonieri (“Spillo” Altobelli), ed un artista servitore dell'ultima palla e dell'estetica (Beccalossi), che nella San Siro nerazzurra non si vedeva dai tempi di Corso e Mazzola. “L'Inter ha le ali” (edizione Piemme/Mondadori) è un lavoro di epica, milanesità e ricordi, redatto in sinergica empatia dalla colonna portante di quella squadra che vinse il campionato il 27 aprile '80, con due turni di anticipo, un pari in casa contro il Torino (2-2) che divenne storia.

Beppe Baresi, Alessandro Altobelli, Evaristo “il Becca” Beccalossi e Carlo Muraro. Sono loro gli scrittori. Gente, tranne il laziale Spillo ed il veneto Muraro, che arrivava dalle terre di Lombardia. Bravi ragazzi un po' timidi ma ambiziosi, che nerazzurri lo erano già da bambini. Lo era il Becca, nella poco distante Brescia, e questo è bastato per fargli firmare il suo primo contratto con la società. «Non c'era scritta neanche la cifra», racconta. «Avevo letto in alto FC Internazionale, e questo mi bastò per firmare subito. Avevo paura che ci ripensassero.» Lo era Marini nell'altrettanto vicina Varese, dove giocava con Claudio Gentile. Ma lo era anche chi, come Altobelli, è cresciuto nel Latina, in serie C, arrivando a Milano via Brescia, dove fece tre campionati in serie B. Gli interisti vinsero quello scudetto, quello del '80, strappando al Milan due derby (2-0, 0-1), e travolgendo la Juve (4-0) nella gara di San Siro. Un successo che restituì credibilità e poesia a un mondo che in quella stagione visse un annus horribilis, di grande disgrazia pallonara.

Il 23 marzo scoppiò il caos. Al termine di sette gare di serie A e B vennero arrestati quattordici tesserati, tra loro il portiere milanista Enrico Albertosi, il bomber laziale Bruno Giordano, poi il giovane Paolo Rossi. Era il calcio scommesse di Trinca e Cruciani, l’Italia che brancolava nel malcostume, anche quello sportivo. Nessuno degli interisti rimase coinvolto in quel giro di scommesse, quello del 1980 restò per tutti “lo scudetto dell'onestà”. L'Inter di quei giorni era una squadra di amici che aveva tanti ingredienti, quelli giusti per terminare la stagione con un successo costruito con costanza, poche stecche. Gente sorniona, un po' scanzonata, autentica e geniale. Come il “Becca”, che inventava tanto e sudava (un po' meno) dei compagni. Per sua stessa ammissione. “Marini, Oriali e Carletto Muraro correvano il doppio per compensare il mio gioco decisamente più statico, nell'attesa del guizzo che avrebbe gratificato il loro sacrificio. Diceva Lele, passandomi accanto: «Ci stiamo facendo il culo per te, vedi di inventarti qualcosa e di farci vincere!». E il pagamento più emblematico di quanto dovevo porta la data del 28 ottobre 1979, il giorno del derby, la partita più importante per le squadre milanesi, soprattutto nell'anno in cui lo scudetto era cucito sulle maglie rossonere. Non ho mai capito perché quando ero convinto di fare una grande partita giocavo male, e quando non avevo grandi aspettative, magari per via delle condizioni avverse, sfoderavo prestazioni favolose. Aveva piovuto, quel giorno, e tanto. Il drenaggio di San Siro era simile a quello dell'Idroscalo. Nel campo si affondava. Quando calciavi il pallone sollevavi una secchiata d'acqua. Se poi nell'acqua ci finivi, come Bordon quando salvò la porta tuffandosi per neutralizzare un colpo di testa di Collovati, restavi fradicio per tutto il resto della partita. I giocatori tecnici, come venivano definiti quelli come me, soffrivano un campo così pesante. Non c'erano le condizioni perché mi meritassi il soprannome con cui mi aveva ribattezzato Gianni Brera: «Dribblossi». E invece… «Di destro, al volo. Chi se l'aspettava?» Uno a zero per noi e raddoppio nel secondo tempo, accompagnando in porta l'invito al gol, impossibile da rifiutare, che mi porse Muraro con un assist”.

Il libro, uscito per i 110 anni della storia nerazzurra, è dedicato a tutti i protagonisti di quella galoppata vincente, ma soprattutto al padre putativo dei giocatori, l’allenatore Eugenio Bersellini, da Borgo Val di Taro, paesino vicino a Parma. “L'Eugenio”, come lo chiamavano sui gradoni senza panche di San Siro, è scomparso lo scorso 17 settembre. Il primo ricordo, nell'introduzione del libro, è di sua figlia Laura. “Avevo cinque anni quando arrivai all'Inter. Non a Milano: all'Inter, perché le città per me avevano i nomi delle squadre in cui lavorava mio padre. Prima vivevo alla Sampdoria. Abitavo a Nervi, certo, ma era nel campo d'allenamento che trascorrevo la mia infanzia. Nel 1978 prendemmo casa ad Appiano Gentile, a cinque minuti dalla Pinetina, dove papà passava le giornate. Ci andavo in bicicletta e ci trascorrevo i pomeriggi. Sul lato sinistro del campo, facevo una gara immaginaria con Carletto Muraro. Partivo sul sellino della mia bici nel momento in cui Carletto scattava, ma quando lui arrivava alla bandierina io ero ancora all'altezza del centrocampo. Oppure mi mettevo dietro la porta di Bordon, che si preoccupava per la mia incolumità. «Stai attenta» mi diceva spostando lo sguardo su di me e distraendosi dal campo quando il mister non guardava. Il mister, Eugenio Bersellini. Mio padre, appunto. Quelli in campo, gli uomini con la tuta nerazzurra, erano i miei fratelli. Condividevo con loro anche i rimproveri paterni. Sogghignavo quando lui li sgridava, esattamente come faceva con me e mia sorella, proprio come fossero stati anche loro suoi figli”.

Ogni capitolo del libro è una storia di vita, aneddoti nerazzurri vissuti da quei ragazzi sotto la chioccia del presidente Ivanoe Fraizzoli, uno tosto, fatto all’antica. Uno che sui valori non scherzava. “Fraizzoli aveva così a cuore la nostra unità e stabilità familiare che non solo incentivava i matrimoni, ma si prodigava se qualcuno dei suoi ragazzi prendeva una strada che rischiava di comprometterlo, al punto da muovere addirittura le sue amicizie in Vaticano. Come quella volta che Carletto Muraro andò a ritirare il premio di “sportivo dell'anno”. E fu scandalo. “Si tenne una cerimonia- ricorda il calciatore- a cui partecipò Anna Maria Rizzoli, bellissima attrice, famosa per il suo ruolo sensuale nelle commedie sexy all'italiana. All'uscita del teatro, essendo da sola e in attesa di un taxi, mi offrii di darle un passaggio, che lei accettò amichevolmente. Tutto qui, ma il suo ingresso nella mia auto fece scattare i flash dei fotografi. Quell'immagine fu pubblicata sui settimanali come prova di una presunta relazione tra me e Anna Maria. Io ero fidanzato con quella che, sei mesi dopo, sarebbe diventata mia moglie, e fui convocato dal vicario del vescovo di Milano nella sede della diocesi ambrosiana”.

Happy days, tempi infinitamente lontani, ma vivi. Resta la memoria di un trionfo, di un sodalizio restato tale nell'evoluzione dei tempi, nella poesia un po' scremata del calcio attuale. I ragazzi del 1980 chattano ogni giorno tra loro, si frequentano, si ritrovano. Cercano il sole a San Siro, non smettono di brillare.

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