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Riforme «di carta» se le élite hanno la vista corta

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in ricordo di fabrizio Forquet

Riforme «di carta» se le élite hanno la vista corta

Le riforme in Italia vivono troppo spesso il breve spazio dell’annuncio, vivacchiano per un po’ di tempo e poi vengono annegate in un mare di carta. La debolezza strutturale della politica italiana, in buona parte è qua, in questo senso di abbandono ad un riformismo “à la carte” per cercare consenso immediato. “Democrazie di carta” è la rappresentazione di una quotidianità politica – anche di queste ore - che rimarca questo condizionamento a lasciare sui faldoni anche ottime intuizioni, sia per la scarsa lungimiranza della politica sia per le resistenze della pubblica amministrazione ai cambiamenti.

Italia malata di «inattuazione burocratico-cartacea»
E “Democrazie di carta” è l’azzeccato titolo della tavola rotonda che si è svolta ieri all’Università Luiss-Guido Carli in ricordo del vice direttore del Sole 24 Ore, Fabrizio Forquet, prematuramente scomparso due anni fa, che a queste tematiche aveva dedicato la sua (troppo breve) vita di giornalista. Le riforme costano soldi e sacrificio, nessuno le auspica, tantomeno i destinatari, «e qui è necessaria una mediazione, che spesso non c’è, e questo genera un impatto negativo» osserva Giuliano Amato, giudice costituzionale ed ex premier, che a Forquet fu molto legato, avendo con lui scritto libri e condiviso riflessioni ed editoriali («come Fabrizio in 30 anni ne ho incontrati due o tre…»). Per Amato quindi su tutto domina un processo di «inattuazione burocratico-cartacea», generato dal mancato adeguamento dell’amministrazione ai compiti attribuiti.

Il ruolo mancato delle élite
«Le riforme sono sempre divisive» osserva Sergio Fabbrini, direttore della School of Governement della Luiss: «Bisogna mettere in sicurezza il paese sul piano istituzionale, ma spetta alle élite guidare i processi», altrimenti si lascia spazio alla cultura populista che non può dare risposte concrete su temi complessi e decisivi. È il cuore del senso della rappresentanza politica, che sta a monte di ogni processo politico, compreso il riformismo. «C’è un rapporto distorto tra burocrazia e politica» dice Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, «ma questo dipende anche dalle attese che la politica crea. Ci sono dei cicli: ci entusiasmiamo delle riforme e dei governi, poi li crocifiggiamo, passiamo sopra le riforme approvate e le buttiamo via». Insomma, tende ad affermarsi «un senso di frustrazione quando la riforma non filtra, e allora viene detto che non serve», aggiunge Panucci, che definisce «surreale» il dibattito sul Jobs Act, che non ha prodotto impatti sui licenziamenti e sul contenzioso.

Stallo dopo la stabilità del doppio turno
«Grandi disegni e poche realizzazioni» è l’immagine di Roberto D'Alimonte, direttore del dipartimento di scienze politiche Luiss (presente anche il prorettore vicario Andrea Prencipe) che ricorda come per la verità due riforme importanti sono state fatte nel ‘93 e ‘95, con il cambio delle sistemi elettorali di comuni e regioni, che hanno dato stabilità ai governi locali. E qui il tema della legge elettorale e della bocciatura da parte della Consulta del ballottaggio dell’Italicum, riforma che secondo il politologo che è anche editorialista del Sole 24 Ore (come Fabbrini e come lo è stato Amato), è stata raccontata malissimo agli italiani: «Con un sistema tripolare l’unica legge possibile per dare stabilità è il doppio turno. Ora siamo in uno stallo tra maggioranze inesistenti e impossibili». Sulla sentenza della Consulta e il tema del ballottaggio Amato in chiusura dell’incontro, moderato dall’editorialista Dino Pesole, risponde cauto: «Sono fondamentalmente d’accordo, ma sui due turni è stata una scelta della politica non farli, nessuno li ha voluti per non premiare l’altro, vista l’incertezza del vincitore alle elezioni».

Il “caso” Rating24
A vigilare sul processo riformatore sui media c’è da anni Rating24, l’osservatorio del Sole 24 Ore sullo stato di attuazione delle leggi e delle riforme, un’intuizione di Forquet, «che incarnava lo spirito del Sole 24 Ore, fatto anzitutto di autorevolezza» dice Giorgio Fossa, presidente del Sole 24 Ore, «ma anche dare precedenza a una lettura sobria e densa di contenuti senza dare spazio al giornalismo sensazionalista». E il direttore del quotidiano, Guido Gentili, di Forquet ricorda il «sorridente disincanto», ma anche la profondità nell’approfondimento dei fatti: da questo spirito è nato Rating24, caso unico in Italia, e poi si è concretizzato anche nella recente analisi delle promesse elettorali e i costi relativi, numeri su cui tutta la stampa italiana si è gettata a capofitto: «Ora il confronto programmatico va sulle convergenze, il che porta ad una sorta di riformismo a geometria variabile a seconda delle possibili alleanze».

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