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Perché le riforme devono iniziare dalle Istituzioni

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Perché le riforme devono iniziare dalle Istituzioni

Sono passati quasi 50 giorni dalle elezioni del 4 marzo scorso, eppure siamo ancora senza un governo. Probabilmente dovranno passare molti altri giorni per sapere che governo avremo. I partiti più votati alle elezioni sono in uno stallo da cui non riescono ad uscire. È questo il risultato di un destino cinico e baro? Ovviamente, no. Lo stallo in cui ci troviamo è dovuto al fallimento di una precisa strategia politica. Ovvero all’idea che basta cambiare i politici per cambiare la politica. È questa idea la responsabile dello stallo. Vediamo perché.

Il nostro Paese non è l’unico (tra le democrazie parlamentari con sistemi elettorali proporzionali) ad avere difficoltà a formare un governo. È l’unico però ad avere un sistema partitico che funziona secondo una logica tripolare. È difficile che, sistemi di questo tipo, trovino una soluzione governativa attraverso la mediazione tra leader politici.

Nel caso italiano, si sarebbe dovuto prevenire quello stallo attraverso una riforma elettorale in grado di dare vita, con il doppio turno, ad una maggioranza elettorale. E attraverso una riforma costituzionale in grado di garantire, con la differenziazione dei ruoli delle Camere, la stabilità della maggioranza parlamentare. Che è quello che voleva fare la riforma costituzionale (bocciata dagli elettori il 4 dicembre del 2016) e il corrispondente sistema elettorale (bocciato dalla Corte costituzionale). Come mai quella proposta di riforma, che era riuscita a passare attraverso il Parlamento, non riuscì a passare attraverso l’opinione pubblica? Non interessa, qui, ritornare sugli errori comunicativi compiuti dai riformatori. Né interessa ricordare il politicismo degli anti-riformatori, che si opposero alla riforma per combattere il governo che l’aveva proposta. È d’interesse piuttosto domandarsi perché quella riforma non ebbe il sostegno dell’opinione pubblica organizzata (media scritti e televisivi).

Le riforma di struttura (come quelle costituzionali) sono necessariamente promosse da élite. Cosa può saperne, il cittadino comune, del bicameralismo parlamentare o del sistema elettorale a due turni? Ogni riforma di struttura richiede una patto tra élite da siglare attraverso l’opinione pubblica organizzata. Un patto che deve basarsi sulla condivisione della ragione che giustifica quella riforma. Nel nostro caso, se la diagnosi della crisi italiana era condivisa (scarsa efficienza delle istituzioni parlamentari, scarsa legittimità elettorale dei governi), non lo era invece la prognosi. Due visioni opposte si sono scontrate. Per risolvere la crisi, una (quella vincente) sosteneva che occorresse liberarsi della Casta dei politici e l’altra (quella perdente) che occorresse invece riformare le istituzioni che generavano quella Casta. Due visioni, peraltro, che hanno accompagnato l’Italia in tutte le fasi critiche della sua vicenda unitaria.

La strategia dell’anti-Casta è stata formidabilmente promossa da giornalisti e opinionisti (dei principali quotidiani nazionali e reti televisive) che si sono percepiti come dei moderni “muckrakers” (letteralmente, coloro che puliscono la stalla dal letame). Vennero così chiamati, negli Stati Uniti del periodo 1890-19920, i giornalisti che, con le loro indagini sulla corruzione politica, miravano a pulire la stalla dei governi locali (delle principali città del nord-ovest di quel Paese) dalle macchine partitiche considerate la causa di quel letame. In Italia, la battaglia contro la Casta (inaugurata da un libro di due giornalisti divenuto un bestseller) è divenuta la strategia intorno a cui si è aggregata una pluralità di interessi. La denuncia della Casta ha consentito di incrementare le vendite dei quotidiani, di alzare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, di soddisfare il narcisismo di accademici o esponenti dell’establishment in cerca di facili applausi. Per i sostenitori dell’anti-Casta, occorreva liberarsi dei gigli magici, dei partiti personali e degli inciuci parlamentari per liberarsi della corruzione, a sua volta causa dell’inefficienza delle istituzioni politiche. La strategia dell’anti-Casta ha contrastato con successo la riforma costituzionale (perché espressione, appunto, della Casta), ha smantellato con successo la credibilità dei partiti tradizionali (perché espressione, appunto, della Casta) e ha promosso con successo i movimenti che ci hanno liberato dalla Casta.

Le elezioni del 4 marzo scorso hanno portato al più alto tasso di ricambio parlamentare mai realizzatosi in Italia e nelle democrazie parlamentari. Il 65,91 per cento dei deputati e il 64,26 per cento dei senatori sono stati eletti per la prima volta. Fantastico. Però, il letame è stato spazzato via dalla stalla, ma la democrazia italiana è più che mai bloccata. E naturalmente i nostri “muckrakers” hanno ripreso a dire e a scrivere che così non si può andare avanti. Eccetera, eccetera.

Quel blocco è dovuto dunque ad una cultura superficiale, ovvero che basta cambiare i politici per riformare la politica. Una cultura che ha dimenticato la storia drammatica del nostro Paese, che inventò il fascismo per liberarsi della Casta di allora, con le conseguenze che sappiamo. Non si cambia la politica senza riformarne le istituzioni. E ciò non si può fare senza un’opinione pubblica responsabile. In uno studio del 1968, Karl Deutsch spiegò come politiche e riforme complesse richiedano, per realizzarsi, modelli di formazione dell’opinione pubblica “a cascata” (cascade model). Modelli in cui le élite (politiche e d’opinione) riconoscono un interesse nazionale e si impegnano per costruire il consenso su di esso tra i cittadini. Le riforme o politiche strutturali, spiegò sempre Karl Deutsch, non possono essere realizzate attraverso il modello alternativo di formazione delle opinioni dal basso (il bubble up model). Quelle riforme sono troppo complesse per essere decise attraverso consultazioni popolari (specialmente oggi che siamo in un'epoca di social media).

Ciò che è mancato in Italia è un’opinione pubblica organizzata consapevole che la riforma delle istituzioni costituisce la condizione necessaria (anche se non sufficiente) per dare stabilità politica al Paese (come è avvenuto, peraltro, con le riforme dei governi comunali e regionali). La riforma costituzionale è stata sconfitta da una strategia basata su di un’idea sbagliata, oltre che superficiale. Le cui conseguenze oggi paghiamo. Naturalmente, occorre combattere la corruzione politica, contrastare l’abuso del potere, favorire il ricambio delle rappresentanze parlamentari. Tuttavia, se non si riformano le istituzioni, tutto ciò non basta per migliorare la democrazia italiana. Come è avvenuto spesso nella nostra storia, il radicalismo (dell’anti-Casta) e il conservatorismo (delle istituzioni) si sono alleati per lasciare le cose come stanno.

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