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Inchiesta Gdf

Inchiesta Gdf: il «vizietto» diffuso dei professori che non rinunciano al lavoro privato

Cattedratici sì, ma con un lavoro privato di troppo. È questo il nocciolo dell’inchiesta che scoperchia una prassi assai diffusa nel mondo accademico, un vero «sistema» in totale violazione del principio del rapporto di lavoro in esclusività con la Pubblica amministrazione previsto dall’articolo 53 del decreto legislativo 165 del 2001. Sotto accertamento sono finiti - per ora - professori delle facoltà di Ingegneria e Architettura: dalla Lombardia alla Sicilia, sono stati colti in flagrante a svolgere la professione accademica a tempo pieno parallelamente a quella privata. L’irregolarità ha finora prodotto un danno erariale da 42 milioni di euro, che potrebbe però presto ampliarsi fino a raggiungere anche i 70 milioni.

Sono i numeri del «Progetto Magistri» la prima grande inchiesta che la Guardia di finanza sta compiendo sulle facoltà di Ingegneria e Architettura, ma che presto riguarderà anche Giurisprudenza, Economia e commercio e Medicina. Al lavoro c’è il Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di finanza, al comando del generale Rosario Massino. Un pool di questi investigatori, coordinati dal colonnello Claudio Sciarretta, ha passato al setaccio i redditi dei docenti delle facoltà di tutta Italia, individuando irregolarità contabili in 172 casi e reati in 14. Ma andiamo per gradi.

La normativa, al riguardo, sarebbe chiara: i professori universitari devono sottostare alla disciplina del decreto legislativo 165/2001 (ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), in quanto titolari di un contratto con le università.

Lavoro a tempo pieno o definito
Il punto, stando agli accertamenti della Guardia di finanza, è che tutti i professori finiti sotto accertamento avrebbero ben potuto svolgere un secondo lavoro privatamente. Sarebbe bastato optare per il regime del lavoro a tempo definito (una sorta di part time) come previsto dalla «Riforma Gelmini», producendo un duplice effetto positivo: un evidente risparmio economico sul contratto e una possibilità in più per i tanti che sperano di accedere alla sempre più chiusa carriera universitaria. Il regime a tempo pieno, infatti, è sostanzialmente incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività professionale e di consulenza esterna e con l’assunzione di qualsiasi incarico retribuito (salvo alcuni casi).

Doppi e tripli stipendi ai professori
I docenti finiti sotto indagine hanno sottoscritto il regime di lavoro a tempo pieno, intascando così sia lo stipendio completo da docente sia quello legato alla professione privata. Un danno allo Stato quantificato in 42 milioni di euro, denaro immediatamente recuperabile anche attraverso transazioni. Non solo. In 14 casi sono stati individuati veri e propri illeciti penalmente rilevanti, tanto da esserci denunce per falso alle procure della Repubblica. Tra queste c’è il caso del rettore di una facoltà lombarda che avrebbe dichiarato fatti non corrispondenti al vero per coprire alcuni docenti che avevano compiuto gli illeciti. Denunce penali per «culpa in vigilando» sono state fatte anche a un’università dell’Emilia-Romagna.

Parallelamente, la Guardia di finanza ha individuato un altro fenomeno strettamente connesso ai doppi lavori: i docenti finiti sotto indagine non erano quasi mai presenti nelle università. Un aspetto di non secondaria importanza, in quanto la legge prevede che siano in ateneo «per non meno di 250 ore annuali». Tempo che dovrebbe essere impiegato per gli studenti e per l’analisi di compiti didattici integrativi. Invece, nei casi sotto analisi, erano puntualmente negli studi privati a progettare case o restauri di interni per migliaia di euro. Stessa cosa è stata registrata anche per quanto riguarda i ricercatori: la loro funzione è incompatibile con «l’esercizio del commercio, dell’industria, o comunque di attività imprenditoriali e con altri rapporti di impiego pubblici e privati».

Dal Nord al Sud
Sono coinvolte le facoltà di Ingegneria e Architettura di 17 regioni: Abruzzo, Basilicata, Campania, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto. In particolare, in Lombardia figurano il Politecnico di Milano, ma anche le facoltà di Bergamo, Brescia e Pavia, con 22 docenti segnalati per un danno erariale da 5 milioni 900mila euro (escluso il dato di Milano ancora in corso di quantificazione). Il trend è simile anche nel Lazio, dove sono stati segnalati 24 docenti delle università La Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre per un danno pari a 8 milioni 500mila euro. Nel Mezzogiorno, invece, c’è la Campania con 31 docenti segnalati delle università di Benevento, Caserta, Napoli e Salerno per un danno erariale da 8 milioni di euro.

Un «sistema» molto ampio, dunque, che unisce il Nord al Sud, e che per gli investigatori riguarda anche altre facoltà.

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