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Andreas Dombret: «Bisogna ridurre i rischi nelle banche»

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Andreas Dombret: «Bisogna ridurre i rischi nelle banche»

Prima di entrare nel comitato esecutivo della Bundesbank con la responsabilità della supervisione bancaria, esattamente otto anni fa, Andreas Dombret ha trascorso tutta la sua carriera in banca: prima Deutsche bank, poi JP Morgan, Rothschild e BoA. E di banche e solo quelle si è occupato a tempo pieno ai vertici della banca centrale tedesca, tessendo uno stretto rapporto con il Meccanismo di Vigilanza Unico senza mai accompagnare Jens Weidmann nelle riunioni della Bce sulla politica monetaria, essendo i due settori separati in Bundesbank dai “chinese walls” per evitare conflitti d’interesse. Nella sua ultima intervista come membro del Board, rilasciata al Sole24Ore, Dombret tira le somme: per mettere in sicurezza l’Eurozona e renderla a prova di crisi, i rischi nei bilanci delle banche, come gli NPLs, dovranno essere ridotti prima di poter procedere alla garanzia europea sui depositi e al backstop per il Fondo di risoluzione unico.

L’Unione bancaria è a metà strada; quella dei mercati dei capitali è lenta: il MES non è rafforzato e dunque l’Eurozona non è a prova di crisi: è d’accordo?

Molto è stato fatto ma sono d’accordo, l’Eurozona non è ancora a prova a crisi una volta per tutte. Altri passi importanti sono necessari per rendere l’Eurozona più resiliente contro le prossime crisi finanziarie. Soprattutto alla luce dell’elevata dipendenza dell’Europa dal sistema bancario (in Germania il 75% dell’economia dipende dai prestiti bancari) e il collegamento tra banche e Stato. La Capital Market Union serve a ridurre questa dipendenza.

Cosa fare allora?

Sono in discussione riforme in due grandi aree, ed è importante che vengano gestite nella giusta sequenza. La prima area riguarda la riduzione dei rischi nei bilanci delle banche, i cosiddetti “legacy risks” (accumulati prima della grande crisi e della centralizzazione europea della supervisione, ndr). Solo dopo la riduzione dei rischi possiamo passare alla seconda area di intervento: il backstop fiscale al Fondo di risoluzione unico ed EDIS, il sistema europeo di assicurazione dei depositi. La sequenza è importante perchè i legacy risks sono cresciuti sotto responsabilità nazionali e quindi non possono essere mutualizzati.

“Ridurre i rischi”: ma di quanto e in quanto tempo?

Ci sono quattro tipi di legacy risks nei bilanci delle banche e per ognuno la direzione da prendere è chiara. 1) Gli Npls non solo vanno ridotti ma bisogna evitare che si accumulino di nuovo creando un assetto normativo di lungo periodo. 2) L’esposizione al rischio sovrano delle banche: vanno ridotte le grandi posizioni in titoli di Stato e bisogna coprire quell’esposizione con accantonamenti di capitale in maniera rigorosa, perchè non si tratta solo di una questione di ponderazione del capitale ma di concentrazione del rischio. 3) Va rafforzato il regime di risoluzione aumentando le passività assoggettabili al bail-in: mi riferisco agli strumenti MREL/TLAC che sono importanti perchè il regime di risoluzione dipende in maniera cruciale da questi buffers. 4) Più protezione ai creditori attraverso l’armonizzazione del diritto fallimentare in tutta Europa.

Le banche italiane infatti hanno ridotto molto gli NPLs: ma non abbastanza?

In merito alle sofferenze bancarie, ritengo che nel settore bancario nell’Eurozona ci siano ancora troppe divergenze, e per questo i tempi non sono maturi per la mutualizzazione di questo tipo di rischio. Cipro per esempio ha un rapporto NPL sugli attivi totali del 41% al terzo trimestre 2017, la Germania è al 2% e l’Italia risulta al 12%, con molte banche italiane molto sopra quella percentuale. C’è ancora troppo divario tra i diversi sistemi bancari.

La bad bank è una soluzione rapida ed efficace per risolvere il problema dei legacy risks?

Le asset management company (AMC) centralizzate a livello nazionale posso essere parte della soluzione per ridurre elevati stock di NPLs, ma solo se questa assistenza finanziaria è accompagnata dalla condizionalità. In Germania durante la crisi abbiamo istituito AMC individuali per singole banche, non a livello nazionale. E abbiamo spinto le banche a ripulire i bilanci vendendo NPLs. E abbiamo chiuso due Landesbank.

La Germania si risolse con enormi aiuti concessi alle sue banche durante la crisi: 465 miliardi in tutto, tra garanzie e iniezioni di capitale?

Al picco della crisi il governo dovette intervenire pesantemente per stabilizzare il mercato finanziario. Alla fine del 2017, l’importo totale delle garanzie in essere era pari a 11 miliardi e l’impatto sul debito 193 miliardi. Le nuove regole (ndr. BRRD) servono proprio ad evitare questo, il conto pagato dal contribuente. Sarebbe stato meglio poterle applicare già allora. Ma paragonare le banche tedesche e italiane è fuorviante perchè le nostre crisi hanno avuto cause totalmente diverse.

Allora niente EDIS?

EDIS ci serve indubbiamente per rafforzare la stabilità finanziaria. Tuttavia dobbiamo evitare il risk sharing di legacy risks: prima di arrivare a un sistema di garanzia unica si potrebbe iniziare con una sorta di riassicurazione per tenere distinte le responsabilità nazionali.

E niente backstop al SRF usando il MES?

Il MES dovrebbe avere un ruolo più forte nella prevenzione delle crisi e assumere un ruolo più importante nella ristrutturazione ordinata del debito sovrano. Grazie al MES siamo ora in una posizione migliore rispetto al 2010 e uno shock come quello della Grecia adesso non ci coglierebbe impreparati.

Il sistema bancario tedesco è resiliente a una prossima crisi? Cosa dire dell’esposizione Level 3 e sullo shipping?

Le banche tedesche attive nel finanziamento navale hanno continuato a ridurre la loro esposizione nel 2017 ma in questa nicchia gli NPLs restano alti. Ammetto che prima della crisi avevamo sottostimato i rischi nello shipping, anche se avevamo applicato gli scenari e le previsioni più severi. In quanto agli strumenti di Level 3, costituiscono una piccola porzione degli attivi totali ma le banche tedesche stanno riducendo questo tipo di esposizione. Restano altre sfide: la prima è quella dei tassi bassi, e le conseguenti modifiche al business model e tagli dei costi. Poi altre sfide come digitalizzazione, resilienza agli attacchi cibernetici, sistemi IT adeguati...

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