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Investimenti e costo del lavoro, l’Italia delle riforme è ferma…

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in attesa del nuovo governo

Investimenti e costo del lavoro, l’Italia delle riforme è ferma da dicembre

Il lavoro rimane un’emergenza per gli italiani. Nonostante qualche segnale di miglioramento (si vedano i dati Istat odierni), continuiamo ad avere il triste primato della disoccupazione giovanile e un tasso di occupazione femminile tra i più bassi in Europa, con un impatto sul tasso di occupazione generale (58%) , circa una decina di punti inferiore alla media europea. Un quadro simile richiederebbe interventi mirati, invece da dicembre il Paese è praticamente “fermo”.

E nel dibattito politico ecco riaffacciarsi la tentazione di azzerare le riforme, anche quelle come il Jobs act che hanno contribuito alla tenuta dell’occupazione in una congiuntura economica difficile. Basti pensare, nei giorni scorsi, che il leader dei 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha proposto il ritorno per un periodo “ponte” delle tutele piene ex articolo 18, almeno fin quando non sarà operativo in Italia un nuovo sistema di flexicurity, con il decollo dei servizi per il lavoro.

Per favorire la buona occupazione, non bisogna abbassare la guardia sul taglio del costo del lavoro stabile. Il rapporto Ocse «Taxing Wages 2018» conferma che nel 2017 il cuneo fiscale italiano si è attestato al 47,7%, al terzo posto nella graduatoria tra i 35 paesi industrializzati, dove la media è del 35,9%.

IL QUADRO
(Fonte: Ocse; Eurostat; Inps; Istat)

Ci ha superato anche la Spagna (39,3%). Bisogna ridurre il gap con i Paesi nostri competitor sostenendo la buona occupazione, abbassando il costo del lavoro, attraverso la decontribuzione, alle imprese che assumono i lavoratori con contratti a tempo indeterminato o che stabilizzano contatti precari. Del resto, i dati dei primi due mesi del 2018 evidenziano come la ripresa delle assunzioni

con contratti a tempo indeterminato - dopo la frenata iniziata dall’estate del 2017 - sembra sostenuta soprattutto dalle stabilizzazioni di contratti temporanei che hanno avuto un vero e proprio exploit lo scorso anno. Garantire stabilmente nel tempo l’azzeramento dei contributi per chi assume con contratto a tempo indeterminato i giovani, potrà aiutare a ridurre il divario con l’Europa.

Un cuneo fiscale elevato si combina, peraltro, con redditi da lavoro bassi. Sempre secondo l’Ocse con un solo stipendio la famiglia italiana con due figli nel 2017 ha contato su un reddito netto pari a 34.962 dollari, il 21esimo tra i Paesi industrializzati, contro una media di 37.400. Bisogna sostenere fiscalmente il collegamento virtuoso tra la crescita delle retribuzioni e l’incremento della produttività del lavoro. Proprio l’Istat ha messo in luce i primi segnali positivi per la produttività del lavoro, cresciuta dello 0,7% nel 2017, dopo che nel 2016 era scesa in terreno negativo (-1%), in controtendenza rispetto agli altri Paesi dove cresceva. Occorre proseguire e rafforzare misure come la detassazione del premio di produttività per favorire la diffusione della contrattazione aziendale e, con la crescita della produttività, aumentare i salari.

Senza dimenticare che per allinearci ai livelli europei dell’occupazione femminile è essenziale rafforzare le misure di conciliazione tra vita e lavoro, che già adesso sono una delle misure incentivate fiscalmente nei premi di produttività, così come le prestazioni di welfare contrattate a livello aziendale (asili nido, sostegno scolastico), che integrano il welfare nazionale.

Gli incentivi fiscali possono aiutare l’occupazione, ma da soli non bastano. Alle imprese serve la crescita per tornare ad assumere stabilmente. In assenza di un quadro di ripresa stabile e duraturo, gli imprenditori saranno propensi ad assumere con contratti temporanei. È fondamentale il rilancio degli investimenti, soprattutto nel Mezzogiorno che è rimasto più indietro. La capacità di attrarre le imprese, poggia sulla presenza di reti infrastrutturali e servizi efficienti. Con il piano “connettere l’Italia” da 140 miliardi (già finanziato per 103 miliardi), che destina un terzo delle risorse al Sud, le risorse ci sono. Il problema - avvertono i costruttori dell’Ance - è che questi soldi, in grandissima parte, non si sono ancora tradotti in cantieri.

Tornando al tema dei giovani, per aumentare l’occupabilità la leva decisiva su cui puntare è il collegamento tra scuola e lavoro, due mondi che ancora non dialogano abbastanza. L’alternanza ha oggi più ombre che luci, pochi giovani sono coinvolti in veri percorsi di formazione “on the job”. Guardiamo al modello

della Germania dove i giovani coinvolti nella formazione duale sono centinaia di migliaia, e il tasso di disoccupazione per gli under25 viaggia intorno al 6%. In Italia il principale canale di accesso al mercato del lavoro per i ragazzi, l’apprendistato, stenta a decollare, a causa soprattutto delle complessità applicative. Per Michele Tiraboschi (dipartimento di Economia Università di Modena e Reggio Emilia) la parola d’ordine è semplificare: «Il Dm attuativo del Jobs Act, conta ben 37 pagine incomprensibili sull’apprendistato. Servono dieci consulenti che ti daranno dieci risposte diverse, tanto è complicato il testo».

Senza dimenticare le “grandi incompiute” delle riforme dei governi Renzi e Gentiloni: le politiche attive. Dovevano decollare all’inzio di aprile, ma se ne parlerà a giugno. Diversamente dalla Germania, da noi la spesa è quasi tutta orientata alle politiche passive di sostegno al reddito dei disoccupati. La rete di servizi conta 9mila addetti, rispetto ai 110mila della Germania, ai 60mila della Gran Bretagna e 50mila della Francia. Basta entrare in un centro per l’impiego, a parte alcune eccezioni, per capire come non c’è un problema solo quantitativo, ma anche qualitativo; il personale formato per adempimenti burocratico-amministrativi difficilmente riuscirà ad adempiere ai nuovi compiti richiesti (profilazione, orientamento), a scapito dei disoccupati che sono alla disperata ricerca di un posto di lavoro. Ma questi problemi sono assenti dal dibattito politico quotidiano.

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