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Salvini-Di Maio, faccia a faccia al Pirellone tra le due Italie…

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Salvini-Di Maio, faccia a faccia al Pirellone tra le due Italie (ex) populiste

Il primo a comparire è Roberto Calderoli, bergamasco, ex ministro leghista. Gli chiedono un commento sulla riabilitazione di Berlusconi: «Sono contento per lui». Poco dopo arriva Alfonso Bonafede, siciliano, un astro nascente dei Cinque stelle uscito dalla scuola dei Meetup. Non risponde su Berlusconi e non risponde in generale, sorride ed entra. Al Pirellone di Milano, la sede prescelta per il terzo vertice Salvini-Di Maio, va in scena l’incontro fra i due mondi che rappresentano oltre il 50% del voto degli italiani: la Lega e Cinque stelle, l’alleanza che i media esteri hanno già salutato come «il primo governo populista dell’Eurozona».

Le fonti più vicine al palazzo, in questo caso la Regione, assicurano che le frizioni sono solo questione di tattica politica, fumo per allontanare occhi indiscreti da un’alleanza che nasce già solida.

Le differenze ideologiche e geografiche
Eppure basta dare uno sguardo ai convitati del summit per percepire le differenze ideologiche, culturali e tendenzialmente geografiche che separano gli uomini del lùmbard Salvini da quelli del suo interlocutore diretto, Di Maio. Da un lato i grillini, con i retaggi di una forza movimentista e radicata al Sud. Dall’altra lo zoccolo duro di un partito conservatore, nato e rimasto settentrionale nonostante la svolta lepenista di Salvini. E ora c’è pure un fantasma che incombe sul potere negoziale di entrambi: Silvio Berlusconi, il «riabilitato» che è tornato a essere candidabile. E quindi pericoloso soprattutto per Salvini, anche se il segretario del Carroccio sceglie la via del bon ton: la sentenza del tribunale di Sorveglianza «è una vittoria democratica». Resta solo da capire per chi, mentre il dialogo va avanti a spezzoni.

Da Toninelli a Borghi, le anime diverse del governo giallo-verde
Non che prima si fosse arrivati a qualcosa di definitivo. I vari annunci sull’intesa Lega-Cinque stelle, le «sintonie» rivendicate da Di Maio sono durate il tempo di un’intervista, sfumate come le altre fra i titoli di oltre due mesi di trattative. Ci sono dei punti di incontro sull’abolizione della riforma Fornero e il contrasto alla clandestinità, non a caso inseriti in cima alla lista delle priorità. Ma poi? All’appello mancano il nome di un premier, una rosa di ministri, e soprattutto il consenso su una lunga serie di snodi programmatici, dal conflitto di interessi alle infrastrutture. Una fotografia (molto) confusa sullo stato dell’arte affiora già dall’ingresso dei vari interlocutori in ingresso al Pirellone, sommersi di telecamere per ribadire un concetto già noto ai cronisti: «Vedremo». Nell’attesa, la Lega fa la Lega e i Cinque stelle parlano come i Cinque stelle.

Il «nodo» Berlusconi
La legge sul conflitto di interessi, cioè - di fatto - una legge su Berlusconi? Per un Calderoli che si dice felice per Berlusconi arriva un Danilo Toninelli, capogruppo dei Cinque stelle al Senato, a mettere in chiaro che «il giudizio su di lui non cambia». Immigrazione? Ci potrebbero essere discordanze, ammette Claudio Borghi, il responsabile all’economia della Lega. È uno dei pochi ad arrivare da solo di fronte al Pirellone e spiega che, sì, sul tema migranti «noi abbiamo posizioni un po’ più dure». In compenso la linea su Berlusconi è simile a quella dei penta stellati, almeno rispetto alla propria alleanza. «No, non cambia nulla, perché?» chiede Borghi, anche se ovviamente non casca dalle nuvole. In fondo, dice «i partiti nascono da istanze comuni». Le stesse vicinanze che ora sono in fase di gestazione nei 19 punti programmatici del «Contratto per il cambiamento» in corso di elaborazione dentro al Pirellone, del tutto off limits per i non addetti ai lavori. Rocco Casalino, il responsabile per la stampa del Movimento, fa giusto in tempo a rassicurare la folla di giornalisti fuori dal palazzo: «C’è uno dei nostri che vi darà le immagini». A quanto pare, anche lo streaming appartiene a un’altra età del movimento.

Il bagno di folla di Di Maio nella (non) sua Milano
E i due protagonisti, Di Maio e Salvini? Di Maio è arrivato alla stazione centrale di Milano, concedendosi un bagno di folla fatto di applausi, selfie e qualche grida di incoraggiamento («Forza Gigi»). Quando è arrivato al Pirellone, si è limitato a dire che «gli riferiscono» di buoni sviluppi sul dialogo. Salvini è comparso direttamente fuori dal Pirellone, in auto, dicendo qualcosa sulla «buona giornata» che lo stava attendendo. Per entrambi, ma soprattutto per Di Maio, i feedback della strada sono positivi. E non era così scontato a Milano, la città dove i cosiddetti populisti non sono mai riusciti a sfondare, facendosi battere in circoscrizioni centralissime dal nemico numero uno dell’asse Cinque stelle-Lega: il Pd, schernito online come «il partito di Montenapeolone» per i suoi successi in aree non proprio periferiche come San Babila e via della Spiga. In compenso c’è chi non non vede una differenza così profonda fra i protagonisti del vertice (Salvini e Di Maio) e gli altri due poli esterni alle trattative per il governo, Pd e Forza Italia. Un gruppo di studenti si affaccia all’improvviso scadendo slogan contro il «becero razzismo di Salvini» e l’alleanza Cinque Stelle-Lega, ma nel mirino ci sono pure le privatizzazioni degli esecutivi capitanati da Renzi e Berlusconi. Il blitz si scioglie senza tensioni, con qualche agente della celere schierato più che altro per rappresentanza. Intanto le discussioni vanno avanti nel Pirellone, alla ricerca di un sintesi per il «governo del cambiamento» che dovrà passare per l’imprimatur di Mattarella . Forse l’analisi politica più limpida è quella che fa un passante, sporgendosi dal finestrino all’incrocio di fronte alla Regione Lombardia: «Chi c’è lì dentro di così importante? Salvini e Di Maio? Ah, ok. Ma hanno deciso qualcosa?».

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