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Il caso Ilva e la convergenza dei sindacati di base con il M5S

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L'Analisi|nuovi profili

Il caso Ilva e la convergenza dei sindacati di base con il M5S

I Cinque stelle e i sindacati. Dopo la prima fase in cui – nella visione del movimento di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio - i sindacati andavano semplicemente spianati, esattamente come andava spianato tutto il “sistema”, la posizione dei Cinque stelle sta assumendo un profilo più articolato e pragmatico. In particolare, l'influenza su un pezzo ancora centrale - per quanto sempre più fragile nel meccanismo italiano come la rappresentanza dei lavoratori - passa tramite l'Usb, l'Unione sindacale di base, «il sindacato del conflitto» – secondo la autodefinizione della sua homepage – nato nel 2010 dalla fusione fra Rdb (Rappresentanze sindacali di base) e Sdl (Sindacato dei lavoratori).

Non c'è soltanto la convergenza fra Usb e Cinque Stelle su alcune lotte simboliche come il no all’alta velocità ferroviaria in Valsusa. C’è anche una adesione più sofisticata e precisa. Che non è ancora chiaro se sia il frutto di un pensiero strategico oppure il risultato concreto di una convergenza di fatto. Ma, in ogni caso, il caso Ilva mostra quanto questa convergenza si stia rivelando efficace. Giovedì, al ministero dello Sviluppo economico, è stato l’Usb ad assumere la leadership psicologica dell’incontro in cui sono state segate le gambe al tavolo del negoziato sull’accordo con il governo. In particolare, il disconoscimento della potestà di Calenda a condurre e a chiudere le trattative – preliminare a ogni osservazione e a ogni contestazione – è stato compiuto dall’Usb. A quel punto, la Fiom è stata obbligata a inseguire l’Usb. E, da lì, si è originato tutto il meccanismo che ha portato alla chiusura del tavolo, in tre ore nette, praticamente un battito di ciglia nelle trattative.

Ora, se si pone questa dinamica in relazione con la fuga verso i Cinque Stelle degli iscritti della Cgil – soltanto un iscritto su due ha votato per il centrosinistra alle ultime politiche del 4 marzo, mentre uno se tre ha scelto il partito guidato da Luigi Di Maio – appare chiaro come l’intero campo sindacale sia in una fase di profonda riconfigurazione. In particolare, sulle singole questioni strategiche – i mille tavoli di crisi poco conosciuti dal grande pubblico e le poche questioni, come Ilva ma anche Alitalia, che determinano le agende politiche – è in corso uno sbandamento delle vecchie logiche che sono durate, se non settant’anni, almeno lo spazio della così detta Seconda Repubblica.

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