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Il volontariato d’impresa si fa strada anche in Italia

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Il volontariato d’impresa si fa strada anche in Italia

Nella galassia del volontariato, che per sua natura è in perenne movimento, sta crescendo di importanza il fenomeno del volontariato d’impresa. Questa dicitura viene oggi normalmente riferita non tanto alle partnership spontanee e occasionali tra aziende e organizzazioni non profit, che sono sempre esistite e che mantengono una propria significativa consistenza, quanto ai progetti nei quali l’impresa promuove, incoraggia e supporta direttamente la partecipazione attiva dei dipendenti ad attività delle comunità locali o degli enti.

Si tratta, insomma, di partnership a valore strategico, che si possono realizzare durante l’orario di lavoro o, comunque, con donazione di tempo retribuito e che vedono l'impresa nella veste di “motore” della solidarietà.

In questa forma il fenomeno è nato e ha conosciuto le maggiori fortune negli Stati Uniti, da dove ha contaminato tutto il mondo anglosassone e l’Europa. In Italia l’hanno adottato inizialmente soprattutto le branch di gruppi multinazionali, ma negli ultimi anni la formula si è estesa anche alle grandi imprese nostrane e, più recentemente, alle Pmi.

Ora a fare luce sul volontariato d’impresa è una ricerca tramite un questionario a risposta multipla condotta da Sodalitas, l’organizzazione non profit di Assolombarda, in collaborazione con Gfk Italia. I risultati, che saranno presentati oggi a Milano in un convegno (auditorium di Assolombarda, via Pantano 9, dalle 14.30), consentiranno di dimensionare per la prima volta il trend sia dal punto di vista dei promotori, sia da quello dei beneficiari, ponendo in evidenza il grande potenziale di crescita dello strumento.

L’ESPERIENZA SOCIALE DELLE AZIENDE
Sono ammesse più risposte. (Fonte: Sodalitas)

«Lo studio – afferma Adriana Spazzoli, presidente della fondazione Sodalitas - offre una fotografia aggiornata di questa attività nel nostro Paese, con sfide e opportunità per tutti gli stakeholder. Il sostegno a progetti non profit, lo sviluppo di reti sociali che portino valore nel territorio e il consolidamento della reputazione aziendale sono tra le finalità indicate dalle imprese che intraprendono questo tipo di percorso. Ma vanno considerati anche i numerosi benefici che coinvolgono i dipendenti, i quali sentono di fare qualcosa di utile per la comunità e accrescono la propria sintonia valoriale con l’azienda».

Emergono, così, due diverse aree motivazionali all’origine dei programmi di volontariato d’impresa. La prima rispecchia la strategia dei promotori e vede, tra le principali finalità indicate, il sostegno a organizzazioni non lucrative (64%), una maggiore visibilità e reputazione aziendale (49%), l’opportunità di avere una forza lavoro più motivata e coesa (47 per cento). La seconda area riguarda, invece, i benefici riscontrati e spazia da un maggiore coinvolgimento dei dipendenti (60%) al miglioramento del clima interno (49%), nonché della capacità di lavorare in squadra (38 per cento).

Quanto sono diffuse le iniziative? Secondo la ricerca di Sodalitas il 61% delle aziende interpellate ha promosso in passato o ha in gestazione attività di volontariato d’impresa, ma è d’obbligo osservare che il campione sondato comprende realtà molto sensibili ai valori della Csr. Anche al netto di questa avvertenza, tuttavia, il trend di crescita è fuori discussione, come attesta tra l’altro il proliferare dei Community Day, formula che consente di dedicare almeno una volta l’anno una giornata lavorativa retribuita per attività sociali.

Ad oggi le modalità più diffuse di volontariato d’impresa risultano la messa a disposizione di competenze professionali (il cosiddetto “volontariato di competenza”) e il lavoro in team con attività pratiche, come nel caso dei già citati Community Day. Quanto alle tematiche affrontate, invece, prevalgono l’ambiente, le problematiche dei giovani, l’aiuto all’infanzia e alle persone con disabilità.

«Il volontariato d’impresa è un percorso virtuoso, il cui potenziale è ancora in buona parte inespresso», osserva Paolo Anselmi, vicepresidente di Gfk Italia, che ha curato i focus group di approfondimento successivamente alla fase quantitativa del sondaggio. «Per rafforzare la crescita sarà decisivo il bilanciamento tra l’approccio top-down, che al momento resta prevalente alla luce del coinvolgimento diretto del management, e la spinta bottom-up che può derivare da un ruolo attivo dei dipendenti anche nella fase di progettazione».

Questa, in effetti, pare la chiave in grado di aprire in futuro nuove prospettive di intervento, come del resto indica la stessa riforma del Terzo settore, che prevede anche per le organizzazioni di volontariato e le loro reti un marcato impegno nella co-progettazione.

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