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rinviati i nodi europa, banche e grandi opere

Governo M5s-Lega, il premier sarà politico. I leader al Colle: «Pronti a riferire»

“Miracolo a Milano”? Al termine della due giorni lombarda, di certo c’è soltanto che alla guida del governo giallo-verde andrà un politico. «Mai un tecnico», giura Luigi Di Maio. Ma anche questa sicurezza va presa con le molle perché la trattativa sul nome sembra ancora a un punto morto, complicata dai veti incrociati, dai sospetti e dalle riserve. Domenica sera il Colle, attraverso una telefonata al segretario generale Ugo Zampetti, è stato comunque informato da Di Maio e Matteo Salvini che il dado è tratto: «Siamo pronti a riferire».

Sarà dunque decisiva la giornata di oggi (o al massimo di martedì pomeriggio, se il Quirinale volesse concedere più tempo), quando i due leader dovrebbero essere convocati per un nuovo giro di consultazioni dal presidente Sergio Mattarella, per consegnare al capo dello Stato tanto la proposta del premier («Uno solo, mica è una squadra di calcio», ha ironizzato Salvini) quanto una prima bozza del contratto di governo. «Stiamo scrivendo la storia», ha osato il capo politico dei Cinque Stelle.

Il totonomi è ancora aperto. Il capo politico M5S e il segretario del Carroccio si sono visti prima al Pirellone domenica mattina, poi nel pomeriggio presso lo studio da commercialista del deputato Stefano Buffagni, l’alter ego di Di Maio al Nord, infine in un vertice notturno in una stanza riservata di un hotel nel centro di Milano. Ma il prescelto rimane ancora ignoto: era tornata a circolare l’ipotesi della staffetta Di Maio-Salvini, ma era anche ripreso a girare con insistenza il nome di Giancarlo Giorgetti, il più “istituzionale” dei leghisti. Nella girandola di figure proposte durante i vertici, l'ultimo dei quali ieri notte, sono spuntati il rettore della Statale di Milano, il patologo Gianluca Vago (che smentisce di essere interessato), l'economista ed ex ministro nei governi Berlusconi Giulio Tremonti (che i Cinque Stelle hanno definito «una divertente provocazione»), l’avvocato Giuseppe Conte, vicepresidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (nella squadra di Di Maio era candidato ministro della Pa). Non proprio “politici”, come si vede. Tra i papabili ministri ci sono i pentastellati Alfonso Bonafede (Giustizia), Vincenzo Spadafora (Rapporti con il Parlamento), Stefano Buffagni o Laura Castelli (Sviluppo economico), Giulia Grillo (Sanità) e i leghisti Armando Siri (anche lui per lo Sviluppo economico), Roberto Calderoli e Nicola Molteni. Ma tutto dipende dalla premiership.

Se le caselle delle poltrone sono ancora vuote, pure l’accordo sul programma non è completo: gli sherpa si riuniranno di nuovo oggi pomeriggio. Le pagine sono diventate 36, l’indice si compone di 23 punti: funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari, agricoltura, ambiente, beni culturali, conflitto d’interessi, difesa, esteri, fisco, giustizia, immigrazione, lavoro, superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza, politiche per la famiglia, riforme istituzionali e decentramento, sanità, scuola, sicurezza, sport, trasporti, Unione europea, università e ricerca, banche e risparmio. Rispetto ai dieci punti su cui si è chiuso ieri, oggi sono stati esaminati i capitoli fino allo sport.

Convergenza piena, come era prevedibile, sul fronte pensioni: il superamento della Fornero passerà dalla reintroduzione dei pensionamenti di anzianità con 41 e 5 mesi di contributi a prescindere dall’età anagrafica oppure quota 100, sommando gli anni di versamenti con l’età. Il meccanismo di aggancio dei nuovi requisiti alla speranza di vita non dovrebbe essere cancellato, anche per contenere i costi entro i 5 miliardi.

Trovata l’intesa anche sul reddito di cittadinanza, nella versione piena voluta dai Cinque Stelle (ovvero per ora senza limiti temporali: è una clausola sospesa in attesa del vaglio politico di Salvini e Di Maio) ma con un’attuazione scaglionata nel tempo: si partirà nel 2019 con la riforma dei centri per l’impiego, che vale 2 miliardi, e soltanto dal 2020 si sperimenterà l’assegno di 780 euro per chi è sotto la soglia di povertà, condizionato alla ricerca attiva di un lavoro.

Nel contratto non si fa cenno alla cancellazione del Jobs Acte della reintroduzione dell’articolo 18, ma si parla genericamente di lotta al precariato. Si converge invece, come risultava già dai programmi e dallo studio del professor Giacinto della Cananea, sull’introduzione del salario minimo garantito. Intesa anche sull’istituzione di due nuovi ministeri - al Turismo (come volevano i Cinque Stelle) e alla Disabilità (come chiedeva la Lega) - e sulla scuola, dove l’obiettivo è bloccare esodi e spostamenti e mantenere il maestro per il ciclo unico.

Ma rimangono nodi pesanti da sciogliere. Il primo è rappresentato dalle grandi opere: i Cinque Stelle sono contrari a Tav e Tap e propongono una verifica di utilità su tutte le altre, mentre la Lega spinge per i cantieri. Sul punto di caduta le posizioni ancora divergono. E pure sull’Europa e i vincoli sui conti pubblici bisognerà trattare, con i leghisti che spingono per sforare sul deficit quanto più possibile e i pentastellati che invocano equilibrio. Al di là delle formule che saranno messe nero su bianco nel contratto, sono comunque tutte ipoteche sul futuro esecutivo. Che non è partito, ma già ha il fiato sul collo: di Silvio Berlusconi “riabilitato” e dei suoi, che stanno alla finestra pronti a mutare la «benevola astensione» in «resa dei conti» interna al centrodestra, e del Pd che promette «opposizione durissima».

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